L’esposizione alle microplastiche potrebbe causare danni anche ai reni, trasportando sostanze pericolose come il benzoapirene nell’organismo.
Le microplastiche, frammenti di plastica di dimensioni inferiori ai 5 mm, hanno invaso ogni angolo del pianeta, contaminando sia l’ambiente che l’organismo umano. Nel sangue, nella placenta, nel cervello, nei polmoni: negli anni le minuscole particelle sono state rilevate in molti organi e tessuti umani. Le microplastiche sono ancora in fase di studio da parte degli scienziati, ma alcune ricerche hanno correlato la loro presenza nell’uomo a possibili effetti negativi sulla salute.
Uno studio pubblicato su Communications Biology ha lanciato l’allarme sui pericoli dei frammenti in plastica per i reni. Secondo la ricerca, sottoposta a revisione paritaria, le microplastiche agiscono come principale veicolo per il benzoapirene (BaP), un idrocarburo che si forma per incompleta combustione di sostanze organiche classificato come cancerogeno.
L’obiettivo della ricerca era indagare gli effetti della combinazione di microplastiche, in particolare quelle in polistirene (PS), e del benzoapirene sui reni. La sperimentazione sui topi ha rilevato che i due inquinanti hanno interrotto il metabolismo lipidico dei reni, portando a una forma di morte cellulare nota come ferroptosi. I percorsi specifici che espongono a queste sostanze non sono stati ancora compresi, ma secondo gli scienziati il BaP viene assorbito dall’intestino dopo l’ingestione orale.
I risultati dello studio dimostrano dunque che l’esposizione a queste sostanze tossiche può interrompere l’omeostasi metabolica nei reni, contribuendo alla disfunzione renale.
Secondo gli scienziati, l’acqua in bottiglia è la principale fonte di microplastiche, che danneggiano le pareti intestinali e i reni e causano infiammazioni sistemiche. Oltre al benzoapirene, le microplastiche possono veicolare altri inquinanti ambientali, tra cui metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e altre sostanze pericolose, negli organismi.
Microplastiche, quali sono le principali fonti di esposizione per l’uomo
L’acqua in bottiglia rischia di diventare uno dei principali fonti di esposizione alle microplastiche, ma non è di certo l’unica. Negli ultimi decenni, con l’aumento della produzione di plastica sono aumentati anche i rifiuti dispersi nell’ambiente – soprattutto nei mari – contaminando acqua, terreno e persino l’aria. Le fonti di esposizione alle microplastiche (e alle sostanze tossiche che le compongono) sono sempre di più: dai contenitori in plastica per il cibo agli alimenti stessi, che siano verdure o hamburger del fast food.
Secondo l’ultimo rapporto della Commissione Ue “Future Brief”, un adulto ingerisce o inala dalle 39.000 alle 52.000 particelle di microplastica all’anno. Una quantità pari a 5 gr di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito.
Microplastiche negli organi umani, sono sempre di più
È ormai chiaro che queste minuscole particelle hanno trovato spazio in molti dei nostri organi e tessuti, entrando in contatto con l’organismo umano attraverso l’ingestione o l’inalazione. A registrare il maggior aumento di microplastiche negli ultimi anni è il cervello. Secondo uno studio che ha analizzato 51 campioni di cervello, fegato e reni di pazienti deceduti tra il 2016 e il 2024, nei tessuti cerebrali la concentrazione di microplastiche è cresciuta del 50% in otto anni.
L’inquinamento da plastica è un problema globale destinato a peggiorare nei prossimi anni, a meno che non si intervenga nel breve periodo con azioni stringenti mirate a gestire la plastica lungo tutto il suo ciclo di vita, dalla produzione al rifiuto. Oltre a compromettere gli ecosistemi, le microplastiche stanno prendendo posto anche nel nostro organismo, sollevando la preccupazione degli scienziati che, ricerca dopo ricerca, non fanno altro che sottolineare l’urgenza di un’azione rapida per limitare i danni di questi frammenti, tanto piccoli quanto pericolosi per l’ambiente e la salute.


