Inquinamento, trovate microplastiche e fibre tessili in grotte inesplorate. Lo studio

Inquinamento, trovate microplastiche e fibre tessili in grotte inesplorate. Lo studio

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Uno studio italiano ha trovato microplastiche e fibre tessili in grotte inesplorate del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in Abruzzo. 

Le microplastiche sono arrivate anche negli angoli più remoti del Pianeta, come le grotte all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. A documentare l’inquinamento delle cavità di San Vito in Valle Castellana, mai visitate dall’uomo, è lo studio del Politecnico di Torino pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment.

Insieme alle minuscole particelle di plastica la ricerca ha rilevato anche microfibre tessili.

Grazie alla sinergia tra ricercatori e speleologi, lo studio ha dimostrato come l’inquinamento antropico possa raggiungere anche punti inesplorati. Valentina Balestra, ricercatrice DIATI del Politecnico di Torino e co-autrice dello studio, ha raccontato i risultati della ricerca e le possibili fonti di contaminazione delle grotte.

“Non era ancora stato fatto niente in ambienti inesplorati, così abbiamo deciso di monitorare non solo le microplastiche, ma anche le microfibre. La differenza sostanziale è che le microplastiche sono particelle sintetiche comprese fra 1 micron e 5 millimetri, mentre le microfibre comprendono materiali sintetici ma anche naturali e rigenerati, ad esempio le fibre di cotone derivanti dai nostri abiti”.

“I risultati emersi sono stati da un certo punto di vista buoni, nel senso che le microplastiche non sono state trovate in tutte e cinque le grotte esaminate, ma solo in tre di esse, mentre i materiali di origine antropica naturali e rigenerati, purtroppo sono stati trovati in tutte le grotte. Il 97% di questi materiali avevano la forma di fibra e rimanenti frammenti. Questo va a validare l’ipotesi che probabilmente l’origine era legata a materiale tessile, ma non solo. La maggior parte aveva dimensione inferiore al millimetro”, ha spiegato la ricercatrice del Politecnico di Torino.

“La presenza di microplastiche e frammenti di fibre è causata dall’inquinamento del terreno e delle acque superficiali, ma non solo: “Le probabili fonti sono quasi sicuramente legate a un accumulo nel terreno e nelle acque superficiali che poi percolano in grotta tramite le fratture – ha aggiunto Balestra. – Spesso però, le microplastiche vengono trasportate per lunghe distanze tramite correnti atmosferiche, per cui questo materiale potrebbe provenire non esclusivamente dalle aree limitrofe alle grotte esaminate. Non sempre c’è una correlazione diretta tra le tipologie di inquinanti che si trovano in una zona e magari poi le probabili fonti in un raggio di azione breve, proprio perché queste microparticelle vengono trasportate anche molto lontano”.

I frammenti trovati dagli speleologici e studiati dai ricercatori, inoltre, potrebbe risalire a molti anni fa. “Un’altra cosa da dire, per i sistemi carsici, è che questi materiali possono rimanere nel terreno anche per decine di anni, quindi magari la plastica che stiamo esaminando in questo momento non è la plastica che è stata gettata poco tempo fa, ma può essere materiale gettato in quella zona anche cinquant’anni fa”, ha concluso Balestra.

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