1 miliardo di tonnellate di emissioni di gas serra vengono generate dall’industria alimentare di carni e latticini, più di quante ne produca l’Arabia Saudita, ed è stata responsabile di più emissioni di metano di quelle generate da tutti i Paesi di Unione Europea e Regno Unito nel solo 2023.
Il report “Roasting the Planet: Big Meat and Dairy’s Big Emissions”, realizzato da diverse realtà ecologiste compresa Greenpeace, espone il ruolo dell’industria agroalimentare nel surriscaldamento climatico. In vista della Conferenza delle Parti sul Clima 2025, la COP30, sono stati diffusi i numeri di un fenomeno da ridurre tassativamente entro 10 anni per poter mantenere l’aumento della temperatura globale sotto gli 1,5 gradi centigradi.
Le emissioni generate da questa industria sono paragonabili a quelle emesse dai Paesi maggiori produttori di combustibili fossili e se “tutte le aziende considerate nello studio fossero un Paese, – si legge nel report- rappresenterebbero la nona nazione al mondo per emissioni di gas serra.”
Al ventesimo posto della classifica delle 45 aziende più inquinanti c’è l’italiana Cremonini responsabile di 14.41 milioni di tonnellate di CO2 nel 2023. L’azienda controlla Inalca che possiede marchi di carne in scatola come Montana e Manzotin.
Secondo una recente indagine di Greenpeace Italia e Fondazione Openpolis, Inalca fa parte – insieme a La Pellegrina, Tre Valli, Granarolo e Galbani – della top 5 delle aziende italiane con i maggiori ricavi nel campo della carne e dei latticini.
Alla luce di questi dati le principali richieste degli autori del Report sono l‘introduzione di dati obbligatori e trasparenti sulla produzione aziendale e la rendicontazione delle emissioni; stabilire obiettivi vincolanti per la riduzione totale delle emissioni di gas serra provenienti dall’agricoltura, inclusi obiettivi separati e specifici per la riduzione del metano.
“Mentre i leader del mondo si preparano a presenziare alla COP30, che quest’anno si tiene nel cuore dell’Amazzonia devastata dai colossi della carne, gli scienziati hanno ben chiaro che la mancata riduzione delle emissioni zootecniche ci condurrà ben oltre la soglia limite di 1,5°C di surriscaldamento globale, a un passo dalla catastrofe climatica”, dichiara Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia.
“Le aziende agricole che contribuiscono al ripristino della natura e delle comunità, con produzioni basate su modelli di tipo agroecologico, dovrebbero essere al centro del nostro sistema agroalimentare, non i maxi allevamenti controllati dalle multinazionali. Non è troppo tardi perché i governi smettano di ignorare l’impatto climatico della produzione industriale di carne e latticini e si impegnino in una vera transizione, implementandola nei loro piani climatici nazionali che seguiranno alla prossima Conferenza delle Parti sul Clima”.


