Il governo punta a introdurre il nucleare nel mix energetico nazionale in un’ottica di decarbonizzazione e di abbattimento dei costi dell’energia. Alcune previsioni, però, appaiono troppo ottimistiche e si basano su stime estremamente variabili. Ecco lo studio che valuta costi e benefici dei vari, possibili scenari.
L’argomentazione più convincente, tra quelle portate avanti dai sostenitori del ritorno del nucleare in Italia, sembra essere quella della riduzione dei costi energetici per famiglie e imprese. Un tema ricorrente da oltre tre anni, cioè da quando in seguito all’invasione russa dell’Ucraina si sono verificate clamorose speculazioni sui prezzi dell’energia. Ma davvero diversificare il mix energetico italiano, includendo anche il nucleare, consentirebbe un risparmio in bolletta? Probabilmente no, e a sostenerlo non sono ambientalisti contrari all’energia atomica, bensì gli esperti della Banca d’Italia.
Luciano Lavecchia e Alessandra Pasquini sono gli autori di un rapporto pubblicato da Bankitalia, ‘L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia‘, in cui viene spiegato come la reintroduzione dell’energia atomica potrebbe ridurre l’eccessiva volatilità dei prezzi dell’elettricità, ma non consentirebbe di contenere i prezzi finali per gli utenti. In un’ottica di decarbonizzazione, quindi sostituendo le fonti di energia più tradizionali legate al fossile, il ritorno del nucleare in Italia permetterebbe di sfruttare i vantaggi legati ai contratti a lungo termine, ma non influirebbe molto rispetto a vincoli strutturali come il modello di funzionamento del mercato elettrico, la struttura delle componenti tariffarie e gli oneri che definiscono il prezzo finale dell’elettricità pagato dagli utenti.
Nello studio, vengono analizzate tutte le conseguenze a livello economico della reintroduzione del nucleare in Italia. Le prime riguardano la dipendenza energetica: da un lato si ridurrebbero le importazioni di combustibili fossili e di energia elettrica (in gran parte elettronucleare dalla Francia), dall’altro aumenterebbero quelle di combustibile e di tecnologie per produrre l’energia nucleare. A livello di materie prime, non appare essere un problema significativo: le scorte di uranio, anche da Paesi tradizionalmente alleati (come Australia e Canada), sono sufficienti anche in scenari di crescita significativa della capacità installata. Tuttavia, le fasi del processamento, dell’arricchimento e della preparazione di barre di combustibile sono concentrate in pochi impianti e prevalentemente situati in Paesi con un rischio geopolitico elevato, come la Russia. Per questo, prima di fare ipotesi concrete sul ritorno del nucleare in Italia, appare consigliabile un rafforzamento della filiera occidentale del combustibile.
C’è poi la questione della dipendenza tecnologica: fino alla fine dello scorso millennio, gli impianti nucleari più innovativi e sicuri erano concentrati in Europa occidentale e negli Stati Uniti, mentre nell’ultimo quarto di secolo quel primato si è spostato soprattutto verso la Cina e la Russia. Da questo punto di vista, prima di ritornare al nucleare è necessaria una pianificazione rigorosa che metta a sistema le risorse esistenti (in termini di capitale umano e imprese), raccordandole con il sistema formativo e universitario e avviando un dialogo con le aziende occidentali ancora attive nella costruzione di centrali (e il loro numero appare piuttosto esiguo). Solo in questo modo, sarà possibile acquisire e sviluppare il know-how necessario anche a ridurre la dipendenza da Paesi geopoliticamente meno vicini all’Italia e all’Occidente.
Un vantaggio innegabile, secondo gli esperti della Banca d’Italia, è quello della decarbonizzazione. Gli obiettivi sono sempre più stringenti ed ambiziosi, anche perché gli scenari della crisi climatica si fanno sempre più minacciosi, e da questo punto di vista il nucleare ha un duplice vantaggio: riduce le emissioni di gas serra life-cycle, come le rinnovabili, ma rispetto ad esse fornisce maggiori garanzie in termini di carico di base, flessibilità e localizzazione (nel caso dei reattori modulari), ma anche dal punto di vista del consumo di suolo. Resta però una criticità non trascurabile sul fronte dell’impatto ambientale: il processo di gestione delle scorie, le cui caratteristiche quantitative e qualitative sono difficilmente stimabili. Anche, e soprattutto, perché molto dipenderà dalla scelta fra varie tecnologie, alcune delle quali ancora pienamente in fase sperimentale.
Una criticità, questa, ammessa anche dai più ferventi sostenitori del ritorno del nucleare in Italia. Il nostro Paese non solo non ha ancora avviato il lungo e complesso iter per la costruzione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, ma regna ancora l’incertezza più totale su come e dove realizzarlo (un unico Deposito nazionale, fortemente osteggiato da tutti i territori compresi nella Carta nazionale delle aree idonee, o vari depositi di dimensioni contenute ma sparsi in diverse località della Penisola?). Va ricordato che, nonostante la produzione di energia nucleare in Italia sia un’attività ferma da oltre 35 anni, in diverse centrali nucleari dismesse sono ancora stipate scorie nucleari, a cui vanno ad aggiungersi quelle prodotte quotidianamente anche in determinati ambiti industriali e sanitari. Ma anche che diversi rifiuti radioattivi erano stati stoccati, in via temporanea in base ad accordi risalenti al 2006, in Francia e in Gran Bretagna.
Un corretto dibattito sul ritorno del nucleare anche in Italia è assolutamente legittimo, ma non può prescindere dalla considerazione di determinati fattori. I costi sono elevati e spesso soggetti ad aumenti significativi, la tecnologia da scegliere può subire ritardi nei tempi di realizzazione spesso inevitabili, i rifiuti radioattivi non svaniscono nel nulla. Nonostante la bocciatura in due diversi referendum (1987 e 2011), il dibattito sul nucleare in Italia è tornato nel vivo proprio di fronte alla crisi energetica scatenatasi nel 2022. Ed è per questo che il governo italiano, nel Piano nazionale integrato energia e crima (Pniec) ha previsto di installare una capacità totale di energia nucleare pari a circa 8 GW tra il 2030 e il 2050 (eventualmente elevabile a 16 GW) per coprire circa l’11% del fabbisogno di elettricità al 2050. Dal momento che la fusione nucleare è una tecnologia avvincente ma ancora molto lontana da una realizzazione operativa, ovviamente si punta soprattutto, come dichiarato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto, sui piccoli reattori modulari.
I vantaggi sono diversi (capacità di produzione in serie, maggiore flessibilità di uso, localizzazione più semplice, minori consumi di acqua e suolo) e questo consentirebbe di attrarre anche investimenti privati, ma l’esperienza in determinati Paesi che sono più avanti nell’adozione di questa tecnologia dimostra che comunque la sua implementazione a livello operativo e commerciale non potrà avvenire in tempi brevi. Si pensi ai ritardi che hanno caratterizzato la costruzione dei pochi prototipi attualmente operativi (in Russia e Cina) o in fase di costruzione, ma anche ai tempi tecnici di adattamento della filiera, della produzione in serie, dei criteri di sicurezza ancora da definire a livello nazionale. Il rapporto di Bankitalia spiega quindi che ipotizzare un avvio della produzione di energia nucleare in Italia tramite reattori modulari entro il 2035, come ribadito spesso da Gilberto Pichetto, potrebbe essere uno scenario troppo ottimistico. Di conseguenza, lo è anche fare stime nell’ambito del mix energetico nazionale e degli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Per questo, lo studio suggerisce di valutare e preparare strategie alternative.
In conclusione, il rapporto della Banca d’Italia suggerisce in primis di non ostacolare né rallentare il progresso di altre strategie e tecnologie per diversificare il mix energetico, a cominciare dall’espansione delle fonti rinnovabili. In secondo luogo, viene raccomandato di adottare una scelta il più possibile condivisa: indipendentemente dalla soluzione tecnica, la creazione di nuovi impianti nucleari non potrà prescindere dalla compartecipazione del pubblico, sia esso investitore diretto (con finanziamenti o sussidi) o indiretto (tramite il ricorso a società partecipate).


