L’oro che distrugge l'Amazzonia passa anche dall'Italia. L'inchiesta di Greenpeace

L’oro che distrugge l’Amazzonia passa anche dall’Italia. L’inchiesta di Greenpeace

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In Italia niente controlli né sanzioni per l’oro extra-UE che arriva in Europa. La nuova inchiesta di Greenpeace sottolinea il rischio di favorire l’estrazione illegale e la distruzione dell’Amazzonia.

L’oro è tra i materiali più preziosi al mondo, ma lo sono anche le foreste e quella amazzonica subisce i danni causati dall’estrazione incontrollata del pregiato metallo. A lanciare l’allarme è l’associazione ambientalista Greenpeace Italia che, con l’inchiesta “Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia: un’analisi dei flussi tra traffici opachi e controlli assenti”, ha indagato sull’importazione in Italia, scoprendo traffici opachi e assenza di controlli.

Secondo il report, nel 2025 quasi la metà dell’oro extra-UE è transitato dall’Italia, confermando il Paese come uno dei principali varchi d’accesso del metallo prezioso proveniente da aree ad alto rischio.

Sette lingotti su dieci – 148 tonnellate – sono stati importati da Paesi dove la tracciabilità è debole e in molti casi quasi inesistente. Nonostante le normative europee in vigore dal 2021, che obbligano gli Stati membri a effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e di altri metalli, l’Italia è rimasta inadempiente e dopo cinque anni non è in grado di garantire che il metallo nobile provenga da filiere legali.

Il nostro Paese, quindi, continua a dipendere dal mercato globale più opaco, in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato. Greenpeace ha interpellato in proposito il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha ammesso l’assenza di ispezioni e sanzioni a causa di “impedimenti meramente amministrativi”.

Dopo la Germania, l’Italia è il secondo importatore di oro dal Brasile, un Paese che resta un nodo critico. Un’altra inchiesta della Ong ambientalista, infatti, ha denunciato come l’oro estratto illegalmente in Amazzonia possa essere riciclato sfruttando le lacune del sistema brasiliano per essere immesso sui mercati internazionali.

“L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato”, ha dichiarato Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia.

“Una situazione paradossale: siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria creata nel 2017 e applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti “metalli e minerali provenienti da zone di conflitto” venga applica. Mentre altri Paesi pubblicano report annuali sui controlli, noi restiamo fermi al palo. L’Unione Europea e l’Italia devono fare la propria parte, garantendo l’applicazione di regole severe sulla tracciabilità dell’oro per impedire l’ingresso di metallo legato alla devastazione dell’Amazzonia e a conflitti in aree vulnerabili del mondo”, ha aggiunto.

Mentre Bruxelles chiede più trasparenza, l’Europa aumenta la domanda dell’oro ma non i controlli. Negli ultimi cinque anni, le importazioni nel Vecchio Continente sono cresciute del 26%, per un giro di affari di 81,2 miliardi di euro.

La Whitelist europea, l’elenco che dovrebbe certificare gli impianti di fusione e raffinazione responsabili a livello mondiale “non è ancora stata istituita”, come confermato dalla Commissione europea.

Greenpeace raccoglie l’appello delle numerose popolazioni indigene, chiedendo ai governi e agli operatori finanziari di impedire che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto “pulito”, rafforzando le misure contro il riciclaggio.

 

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