PFAS nel cibo, Greenpeace L'Italia deve intensificare i controlli

PFAS nel cibo, Greenpeace: “L’Italia deve intensificare i controlli”

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PFAS nel cibo, la denuncia di Greenpeace: “In Italia scarsi controlli e dati poco trasparenti, nonostante i rischi per la salute e gli inviti dell’Europa a intervenire”.

Pesticidi, acqua, imballaggi alimentari e utensili da cucina possono veicolare i PFAS, i cosiddetti inquinanti eterni, nel cibo che mangiamo.

Negli anni, queste sostanze chimiche sono state trovate praticamente ovunque, persino nei prodotti per la pulizia e nell’abbigliamento impermeabile. Il gruppo di composti chimici è noto per resistere ai processi di degradazione e accumularsi sia nell’ambiente che nell’organismo umano, con possibili danni per la salute.

In Italia è in vigore l’obbligo di monitoraggio dei PFAS nelle acque potabili, con una proroga per i limiti più rigidi al 12 luglio 2026. Per quanto riguarda i controlli sul cibo, invece, siamo ancora indietro.

A denunciarlo è l’associazione ambientalista Greenpeace, secondo cui i monitoraggi sugli alimenti che mangiamo sono ancora scarsi e mal distribuiti sul territorio, nonostante le raccomandazioni e i regolamenti arrivati dall’Europa.

L’Ong ha realizzato un nuovo rapporto grazie a una serie di richieste di accesso agli atti inviate al Ministero della Salute per conoscere lo stato di attuazione dei controlli, ricevendo i risultati di 147 campionamenti effettuati nel 2023 su carni di bovini, suini e ovicaprini nel 2023 e di 24 analisi nel 2024 su latte e alimenti per l’infanzia contenenti prodotti di origine animale.

In tutti i campioni analizzati nel 2024, anno in cui in diverse regioni non è stato effettuato il controllo, i valori dei PFAS non superavano i limiti fissati dall’Unione europea, ma il 27% delle analisi effettuate nel 2023 mostrava tracce degli inquinanti eterni, un dato significativo vista la capacità di accumulo nell’organismo di queste sostanze.

L’Italia deve intensificare i controlli – ha spiegato Alessandro Giannì, Responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia – perché l’esposizione ai PFAS proviene da molte fonti diverse che possono sommarsi tra loro: dal cibo che mangiamo all’acqua che beviamo, fino ai tanti materiali con cui entriamo in contatto. Non solo: è doveroso rendere pubblici e facilmente accessibili i risultati di questi monitoraggi, senza che sia necessario ricorrere a richieste di accesso agli atti”.

Inoltre, la ricerca mostra che, nonostante le Autorità europee invitino ad incrementare la raccolta di dati sulla presenza di PFAS, il Ministero della Salute ha comunicato all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) solo pochi dati. Da qui la decisione di Greenpeace di inviare all’Agenzia i dati ottenuti dalla Regione Veneto, una delle aree più a rischio dove due piani di monitoraggio hanno evidenziato tracce di PFAS nel 32% degli alimenti analizzati, sebbene comunque al di sotto dei limiti recentemente entrati in vigore.

“Le evidenze di una diffusa contaminazione da PFAS sono in aumento e per questo motivo servono campionamenti e dati che chiariscano i rischi a cui possiamo essere esposti. Non ci sono alternative a un’eliminazione – progressiva ma rapida – dei PFAS. L’obiettivo ultimo dev’essere azzerare il rischio. Senza vietare questi inquinanti, la contaminazione continuerà”, ha concluso Giannì.

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