Una ricerca dell’Università di Padova ha rilevato l’impatto dei PFAS sul sistema immunitario pediatrico. La ricerca è stata presentata nel corso della tavola rotonda “Esposizione a PFAS e manifestazioni cliniche: strategie di intervento sanitario” presso la Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro a Roma.
Un nuovo studio dell’Università di Padova ha confermato l’impatto dei PFAS sul sistema immunitario pediatrico, in particolare del PFOA, che riduce fino al 45% la produzione di anticorpi fondamentali per la memoria vaccinale. L’ennesima prova della pervasività dei cosiddetti “inquinanti eterni” e degli effetti negativi non solo sull’ambiente, ma anche sulla salute umana.
La ricerca, realizzata dai professori Carlo Foresta e Francesco Cinetto dell’Università di Padova in collaborazione con i professori Luca De Toni e Andrea Di Nisio, è stata presentata durante la tavola rotonda “Esposizione a PFAS e manifestazioni cliniche: strategie di intervento sanitario” promossa dal Presidente della 7° Commissione permanente del Senato, il Sen. Roberto Marti, presso la Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro a Roma.
“Le conseguenze sono di vario ordine e grado soprattutto sui bambini, perché si è visto che intanto c’è una difficoltà al concepimento, c’è un aumento dell’abortività, un basso peso alla nascita e un’alterazione di tipo comportamentale. Dai nostri studi emerge chiaro che i PFAS, attraverso la placenta raggiungono l’embrione e ne modificano alcuni comportamenti cellulari, ad esempio le cellule del sistema nervoso centrale, i neuroni dopaminergici vengono bloccate nella caratterizzazione della produzione della dopamina, quindi queste malattie che nell’adulto possono essere tipo Parkinson sono più frequenti e nascono proprio dall’interazione dei PFAS col sistema nervoso centrale”, ha dichiarato a TeleAmbiente il prof. Carlo Foresta, autore dello studio.
“Serve una soluzione sanitaria ma soprattutto impegnarsi negli studi perché bisogna capire come possiamo liberarci di queste sostanze. Immaginare che si possano eliminare dall’oggi al domani non è possibile. Inoltre, una volta che hanno contaminato una persona l’eliminazione di queste sostanze avviene dopo molti anni”, ha concluso il prof. Foresta.
I ricercatori hanno analizzato in laboratorio il comportamento dei linfociti B – le cellule che nel corso della loro maturazione divengono capaci di produrre gli anticorpi – dopo l’esposizione al PFOA, uno dei PFAS più diffusi. I campioni arrivavano da sette donatori di sangue sani che non erano stati esposti a PFAS, l’equipe medica ha poi esposto le cellule ai PFAS in laboratorio. Lo studio è durato quasi due anni, dal giugno 2024 all’ottobre di quest’anno.
Secondo i risultati ottenuti, i linfociti B mantenuti in coltura ed esposti allo PFOA non solo proliferano e si attivano meno a seguito dello stimolo con fattori di crescita fisiologici, ma dimostrano anche un rallentamento nella maturazione. Questo determina una produzione significativamente inferiore di anticorpi, ed in particolare di immunoglobuline G, gli anticorpi che identificano la memoria immunitaria in grado di fornire una protezione duratura dopo le vaccinazioni che vengono praticate durante l’infanzia. La riduzione osservata nella produzione di anticorpi, tra il 30% e il 45%, è coerente con i risultati degli studi epidemiologici che negli ultimi anni hanno documentato risposte vaccinali più deboli in bambini che vivono in aree con alti livelli di PFAS.
“Il Consiglio Nazionale di Ricerche è un più grande ente di ricerca italiano multidisciplinare. Proprio su questa parola si basa tutta la nostra attenzione rispetto agli inquinanti ambientali e in particolare ai PFAS. Dobbiamo pensare che qualsiasi inquinante ambientale, e questi in particolare, che possono agire per esempio come falsi ormoni, e quindi dando all’organismo dei falsi messaggi in senso ormonale, possono disturbare l’individuo dalla sua non nascita, ma dalla sua creazione come embrione all’interno dell’utero materno, fino alla sua fine. Questo significa che noi dobbiamo stare a curare l’ambiente come se fosse un paziente”, ha dichiarato a TeleAmbiente il prof. Andrea Lenzi, presidente del CNR.
“L’ambiente è ormai diventato un individuo. In un’ottica One Health o Global Health, se preferite, ovviamente non possiamo pensare che un ambiente malato possa essere buono per un individuo sano, né viceversa, quindi praticamente le due cose sono strettamente interconnesse. Tra l’altro anche il mondo animale, il mondo vegetale, ovviamente subisce gli stessi inquinamenti e noi li trasportiamo all’interno con i nostri alimenti o con la nostra abitudine di convivere ad esempio con gli animali da compagnia. Tutto questo significa estrema attenzione da parte del ricercatore, del legislatore e da parte anche della società civile. Il cittadino deve essere ben conscio di queste problematiche”, ha concluso Lenzi.
PFAS, le strategie di rimozione dall’ambiente
Oltre a ridurre il fenomeno dell’inquinamento da PFAS attraverso la definizione di un quadro normativo che ne limiti l’utilizzo, esistono anche tecniche per la rimozione degli inquinanti eterni dall’ambiente, in particolare dalle acque destinate al consumo umano. Il prof. Antonio Marcomini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha spiegato a TeleAmbiente uno dei metodi per rimuovere queste sostanze.
“Le tecniche e tecnologie più comuni per quanto riguarda la rimozione dei PFAS nell’ambiente consistono nell’utilizzare processi di assorbimento che permettono di trasferire i PFAS dalle acque in particolare e soprattutto da quelle destinate al consumo umano, a dei materiali assorbenti che quindi rimuovono i PFAS e poi per disorbimento possiamo raccogliere questi PFAS e decidere come distruggerli. E qui entra in gioco l’eliminazione. Per eliminazione intendiamo la distruzione dei PFAS, quindi la trasformazione di una molecola organica perfluorata, quindi dove non ci sono più idrogeni e ci sono soltanto atomi di fluoro, in componenti inorganiche, quindi acqua CO2 e ione fluoruro”.
“È possibile questo? Oggigiorno sì, è possibile – ha ribadito Marcomini. – E la tecnologia più consolidata, quella realisticamente perseguibile, è l’incenerimento. Quindi una volta che questi PFAS sono raccolti, concentrati da grandi volumi, ridotti a piccoli volumi, è possibile distruggerli termicamente in condizioni altamente controllate, che vuol dire ad esempio temperature superiori ai 1100°C, oltre che tempi di residenza in queste condizioni di almeno 2-3 secondi. In queste condizioni ci liberiamo dei PFAS, quindi non abbiamo più la molecola organica, abbiamo soltanto componenti inorganiche”.


