Il Rapporto presentato dall’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile mostra un’Italia che accelera su alcuni fronti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, ma è ancora immobile su altri. Il divario, rispetto al 2021, si è dimezzato ma non è ancora stato colmato: occorrono molti più investimenti e una programmazione più attenta e lungimirante, specie ora che la stagione del Pnrr si avvia verso la conclusione.
Gli investimenti garantiti in primis dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) stanno aiutando l’Italia ad avvicinarsi agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, ma il nostro Paese è ancora in ritardo e deve colmare un divario molto ampio. Negli ultimi cinque anni, la distanza media rispetto agli obiettivi si è dimezzata, passando dal 78% al 39%, ma servono importanti investimenti aggiuntivi, oltre ad una pianificazione attenta e lungimirante, per centrarli entro il 2030.
È quanto emerge dal Rapporto dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, presentato presso la sede del Consiglio Nazionale Economia e Lavoro (CNEL). Un rapporto che ha analizzato tutti i dati pubblici e disponibili riguardanti alcuni dei principali obiettivi di sviluppo sostenibile, come l’energia, l’innovazione, le infrastrutture, il sistema produttivo, la mobilità, la sanità, l’istruzione e la formazione, solo per citarne alcuni. Se sui fronti dell’innovazione, delle infrastrutture e della produzione industriale l’Italia ha fatto grandi passi in avanti, ben pochi sono stati i risultati concreti raggiunti per quanto riguarda la parità di genere, la riduzione delle disuguaglianze, la tutela della biodiversità e la partnership globale.
“Il rapporto di oggi ha due valenze: una di carattere metodologico, l’altra di carattere fattuale rispetto ai dati. Abbiamo dimostrato, usando dati pubblici, che è possibile valutare il Pnrr e altre politiche secondo le categorie dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, una operazione che nessuno aveva fatto finora. Il secondo elemento è proprio quello di cosa ci indicano i dati, rispetto ad esempio a undici obiettivi quantitativi che sono riconducibili alla strategia nazionale di sviluppo sostenibile. Con il Pnrr abbiamo coperto circa il 39% del gap rispetto al 2030, ma resta una percentuale più o meno simile. Qui parliamo di obiettivi come le case di comunità, gli ospedali di comunità, le borse di studio, l’orientamento per gli studenti, gli autobus non inquinanti… C’è ancora molto da fare, quello che noi speriamo è che, scendendo a livello territoriale, cioè di Regioni e Province autonome, proprio queste organizzazioni, oltre ovviamente al governo nazionale, facciano tesoro di questo metodo per programmare ora gli altri fondi. Pensiamo a quelli europei, come quelli futuri del ciclo 2028-2034, ma anche quelli già disponibili” – ha spiegato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS – “Ci sono forti differenze tra Regioni, perché le priorità del Pnrr sono state diverse e giustamente si voleva anche ridurre la disuguaglianza tra Nord e Sud. Per esempio, il rapporto mostra che le Regioni del Sud hanno privilegiato molto gli interventi in salute e in educazione, mentre quelle del Nord in energia rinnovabile. Sono dati che per la prima volta mostrano questo tipo di risultati, usando un linguaggio vicino a quello dei cittadini. Quindi non semplicemente la metrica monetaria, cioè i miliardi, ma cosa effettivamente cambia nella vita dei cittadini“.
“Bisogna dire che questa ricerca mostra innanzitutto che il Pnrr è stato un motore straordinario. Grazie a questi investimenti pubblici e privati significativi, adatti a sostenere la transizione ecologica e digitale, a migliorare la competitività del Paese e a rafforzare anche l’inclusione sociale. Anche le riforme strumentali ci hanno aiutato ad accelerare i processi di progettazione, programmazione e realizzazione degli interventi” – il punto di Marcella Mallen, presidente dell’ASviS – “La ricerca tra l’altro offre un modello di analisi innovativo per farci capire come l’attuazione di questi progetti concreti ha consentito l’avvicinarsi o meno al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Molto è stato fatto, ma la strada purtroppo è ancora lunga, e quindi questa ricerca è ancora più utile per orientare la programmazione post-Pnrr, dopo il 2026, quindi la programmazione europea nell’ambito del bilancio fino al 2034“.
“La novità di questo studio è che consente di avere un riferimento preciso e misurato, con dati ufficiali, della situazione delle diverse Regioni e dei diversi territori italiani, prima del Pnrr e ora, con il Pnrr che si avvia verso la conclusione, con i risultati che sono stati ottenuti e gli obiettivi che sono stati raggiunti. Il risultato complessivo, a livello nazionale, possiamo sintetizzarlo affermando che il Pnrr ha costituito una vera ed effettiva spinta all’economia e alla società italiana” – ha commentato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere – “L’altra novità è che il rapporto mette insieme tutti gli obiettivi in una visione unitaria dello sviluppo del Paese. Non ci sono politiche sociali, politiche fiscali o politiche industriali separate le une dalle altre, ma si vede l’interferenza e il contributo che ciascun tipo di politica, di misura per esempio sociale, dà allo sviluppo economico del Paese. Questa è una novità importante perché, declinata a livello territoriale, consente di superare vecchie diatribe che c’erano, e che ancora continuano ad esserci a volte, tra policy makers locali e policy makers nazionali, quando l’uno fa conto all’altro del fatto di non tener conto di una visione generale o di esigenze territoriali“.


