Sono passati 13 anni dalla tragedia del crollo dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh dove persero la vita lavoratrici e lavoratori tessili impiegati nelle cinque fabbriche ospitate nello stabile.

A tredici anni dal Rana Plaza la sicurezza nelle fabbriche resta un’emergenza

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Sono passati 13 anni dalla tragedia del crollo dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh dove persero la vita lavoratrici e lavoratori tessili impiegati nelle cinque fabbriche ospitate nello stabile.

Il 24 aprile 2013 nella città di Savar, in Bangladesh, avvenne il peggior incidente mai verificatosi nell’industria della moda. Un edificio di otto piani, chiamato Rana Plaza, crollò e a perdere la vita furono almeno 1.138 persone. La grande maggioranza erano lavoratrici e lavoratori delle cinque fabbriche di abbigliamento all’interno dell’edificio e nelle quali venivano realizzati capi per i colossi del fast fashion.

Segni di cedimenti strutturali, evidenziati già dal giorno precedente, furono ignorati per non interrompere la produzione di vestiti nelle fabbriche del palazzo. Mentre i negozi al piano terra quel giorno rimasero vuoti, le fabbriche si rifiutarono di fermarsi e costrinsero i lavoratori e le lavoratrici a entrare con la minaccia di trattenere i salari. Lottando per sopravvivere con paghe da fame e senza un sindacato che difendesse collettivamente i loro diritti, la maggior parte di loro entrò in fabbrica.

Ma a tredici anni dal Rana Plaza, la sicurezza nelle fabbriche resta un’emergenza.

Un disastro completamente evitabile, come rischiano di essere quelli che verranno, se le condizioni strutturali che lo hanno reso possibile non cambiano radicalmente”, affermano dalla rete globale della Clean Clothes Campaign (CCC), che lancia campagne e segue casi urgenti al fine di risolvere i casi di violazione dei diritti nei paesi di produzione tessile.

L’International Accord for Health and Safety in the Garment and Textile Industry, nato proprio all’indomani di questa tragedia in Bangladesh, per garantire la sicurezza sul lavoro, ispezionare le fabbriche e prevenire disastri come quello del Rana Plaza, è stato firmato da oltre 290 brand internazionali e copre attualmente più di 1.700 fabbriche. Il programma è stato esteso al Pakistan nel 2023.

Pur avendo apportato enormi miglioramenti alla sicurezza di chi lavora nel settore, il lavoro è tutt’altro che concluso. Allo stato attuale, il 46% delle fabbriche in Bangladesh non ha ancora completato gli interventi di adeguamento necessari ai sistemi di rilevazione e allarme antincendio, e il 27% deve ancora portare a termine le misure che garantiscono un’evacuazione sicura in caso di emergenza. La sicurezza è inoltre un processo continuo, che richiede un monitoraggio costante da parte di ispettori qualificati e indipendenti.

L’Accordo in Bangladesh copre attualmente solo le fasi finali della produzione di abbigliamento, lasciando senza tutele chi lavora nelle filature, nelle tintorie, nelle lavanderie e nelle aziende che producono tessuti per la casa e accessori. I lavoratori sono ancora esposti a rischi concreti, come  dimostrano i continui incendi ed esplosioni di caldaie che si verificano in questi stabilimenti non coperti dall’Accordo.

“Tutti i 290 brand e retailer che hanno firmato l’Accordo, insieme alle organizzazioni sindacali firmatarie, hanno voce in capitolo sulla gestione del programma: dovrebbero adoperarsi affinché questo protegga un numero ancora maggiore di lavoratrici e lavoratori“, ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice e portavoce della Campagna Abiti Puliti.

Oltre all’estensione della copertura e alla non interferenza dei datori di lavoro, Lucchetti punta l’attenzione sullo stress da calore: “Deve essere riconosciuto esplicitamente come problema di salute e sicurezza sul lavoro. Le ispezioni dovrebbero includere la rilevazione sistematica delle temperature interne e dei rischi correlati e le fabbriche dovrebbero essere obbligate ad adottare misure concrete e verificabili”.

Un anno dopo il crollo del Rana Plaza nacque anche Fashion Revolution, un movimento globale formato da attivisti che credono in un’industria della moda più etica e sostenibile, un movimento che invita le aziende a garantire migliori condizioni per i lavoratori, salari adeguati, trasparenza sulla provenienza dei materiali e maggiore sostenibilità. L’hasthtag #whomademyclothes lanciato dal movimento ha l’intento di sensibilizzare il consumatore e di renderlo più cosciente sui capi che indossa e su come vengono prodotti.

“La tragedia del Rana Plaza è stata forse tra tutte quella più prevista e quella che sarebbe stata sostanzialemente la più evitabile. Sapevamo che la filiera della moda era un posto malsano, piena di sfruttamento, sia di risorse che di persone. – spiega a TeleAmbiente Orsola de CastroPrima del Rana Plaza c’era stato un grosso incendio in una fabbrica che si chiamava Tazreen, sempre in Bangladesh. Non era il primo caso quello del Rana Plaza, ma è stato assolutamente catastrofico“. 

Fabbriche verdi, lavoro grigio”, ultimo report della Campagna Abiti Puliti

Sono tanti i marchi di moda che producono collezioni presentate come “sostenibili”, ma dietro le certificazioni ambientali si addensano ancora troppe ombre.

“Fabbriche verdi, lavoro grigio“, è il titolo dell’ultimo report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti (CAP).

Il rapporto sull’industria fast fashion, tra certificazioni LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) e transizione giusta, valuta l’industria dell’abbigliamento dove si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città.

In Bangladesh le fabbriche tessili certificate LEED vengono raccontate come esempi di produzione “green”. Dall’esterno, tutto sembra perfetto: edifici verdi, luci moderne, pannelli solari sui tetti. All’interno, però, la realtà è ben diversa per chi lavora: ritmi di lavoro estenuanti, stress da calore, violenza di genere, salari poveri e un clima di paura che scoraggia ogni denuncia per timore di ritorsioni.

Dagli anni ‘80, il Bangladesh è uno dei principali attori nell’industria globale dell’abbigliamento; nel 2010 è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento (dopo la Cina) con un valore delle esportazioni di circa 12 miliardi di dollari, aumentati a oltre 34 miliardi nel 2019. Una situazione dovuta alle agevolazioni fiscali, agli incentivi alle esportazioni, a una forza lavoro a basso costo. È da questo contesto che nasce il fast fashion.

Oggi il settore tessile conta 4 milioni di lavoratori, la cui stragrande maggioranza sono donne, che lavorano nelle quattromila fabbriche del Paese. Di queste, sono 248 le fabbriche bangladesi che hanno ottenuto la certificazione LEED, un fiore all’occhiello dal punto di vista della sostenibilità ecologica degli edifici e di riduzione dei consumi energetici, che ha permesso a molti marchi di migliorare la propria reputazione.  Ma non basta: la certificazione LEED qualifica come “green” fabbriche che non garantiscono in parallelo condizioni di lavoro dignitose, con salari adeguati e presenza di sindacati, elementi che sono invece essenziali per definire un’azienda che tutela i suoi lavoratori e lavoratrici.

Altro problema riguarda i rischi climatici. “Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in fatto di clima: l’aumento delle temperature, le inondazioni e l’aumento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i firmatari dell’Accordo Internazionale includano nel programma di ispezione i rischi climatici, entro il prossimo 24 aprile 2026, data in cui ricorre l’anniversario del Rana Plaza“, Kalpona Akter, presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation.

 

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