A Terni si è parlato dell’importanza dell’approccio multidisciplinare per risolvere i problemi dell’udito e per migliorare la qualità della vita. Nel corso dell’approfondimento sono stati anche sfatati alcuni miti o credenze popolari sull’ipoacusia.
A Terni, in Biblioteca è andato in scena un interessante evento intitolato ‘L’importanza dell’udito nella terza età’.
L’iniziativa promossa dall’Unitre di Terni e dall’Acustica Umbra, filiale di Terni, ha visto come relatori la musicoterapeuta Valeria Crescenzi e il tecnico audioprotesista Samuele Reali.
Un pomeriggio di approfondimento in cui si è parlato di ipoacusia e dell’importanza di un approccio multidisciplinare e multisensoriale al problema, inoltre è stata fatta un po’ di chiarezza, sono stati sfatati alcuni miti o credenze popolari.
Soffrire di ipoacusia non significa necessariamente, o comunque non solo, sentire meno, ma significa sentire in maniera diversa.
Ai microfoni di TeleAmbiente è intervenuto Samuele Reali
“L’ipoacusia – ha spiegato Samuele Reali – è una condizione in cui la persona ha difficoltà a interpretare il suono che sente. Quindi cosa succede? Che la persona tende a innervosirsi e a portare a un isolamento, una depressione, perché fa fatica a capire, a rendersi conto dei suoni che sta ricevendo, anche perché, per semplificare, se uno sentisse, banalmente, di meno basterebbe alzare il volume, basterebbe che uno parlasse più forte”.
“In realtà – ha osservato Reali – non è così semplice. è una condizione in cui ogni persona, ogni ipoacusia è un mondo a se stante. Quindi ogni persona ha un proprio modo di sentire che non è quello corretto e porta a delle conseguenze, sia sociali che ovviamente di salute”.
“In questo – ha aggiunto Samuele Reali sempre a TeleAmbiente – l’audioprotesista è la figura che è chiamata a correggere e migliorare la percezione auditiva in modo tale da, intanto, togliere fatica nella comprensione, ma non solo. L’obiettivo è riavvicinare la persona a sentire tutto un panorama sonoro che sta pian piano perdendo o non sente più nella maniera corretta”.
Si può guarire dall’ipoacusia?
“L’ipoacusia – ha sottolineato Reali – è assolutamente trattabile. Al giorno d’oggi la tecnologia audioprotesica e la tecnologia medica hanno fatto passi da gigante, quindi un approccio multidisciplinare è fondamentale nella correzione della perdita auditiva.
Quindi è molto importante sensibilizzare la popolazione a fare dei test precoci, degli screening audiologici che richiedono effettivamente poco tempo e poi affidarsi a degli specialisti. Questi specialisti si devono coordinare, per esempio l’audioprotesista, l’otorino, l’audiologo, il logopedista, il musicoterapeuta per affrontare ogni ipoacusia nella maniera migliore possibile, perché ogni condizione può essere trattata. La maggior parte delle situazioni auditive, fortunatamente, ha una possibilità di trattamento e di risoluzione molto efficace”.
“Piccolo dato – ha riferito Samuele Reali – la stragrande maggioranza dei portatori di apparecchi acustici ha dichiarato all’Eurotrack, società di ricerca indipendente, che se tornasse indietro lo farebbe molto prima, quindi anche la percentuale di successo di applicazione protesica è molto alta e non è l’unico approccio che è possibile, quello va esaminato a lato clinico”.
Valeria Crescenzi, a TeleAmbiente, ha poi spiegato cos’è la musicoterapia e perché è così necessaria l’interazione e la sinergia tra professionisti di ambiti diversi
“Spiegare cos’è la musicoterapia in pochissime parole – ha detto Valeria Crescenzi – è veramente una domanda importantissima e difficile, però sicuramente è una bilancia, un equilibrio tra la musica e la terapia. Quindi la musica sì, ma come mezzo, mediatore, ponte, verso un processo che deve essere necessariamente evolutivo nel tempo e quindi terapeutico e di cura. Se manca o se la bilancia non sta più in equilibrio allora non è musicoterapia, deve essere nell’ottica di un processo clinico e possibilmente integrato anche con tutto ciò che riguarda la persona, quindi tutto quello che contribuisce alla cura della persona. È importante che ci sia un’interfaccia tra tutte queste aree per migliorare il più possibile la salute della persona”.
Quanto può essere utile e come può essere utile ad una persona anziana?
“Tantissimo, a maggior ragione – ha precisato Valeria Crescenzi – nel caso di un deterioramento. Qui per esempio parlavamo di sensorialità, quindi del deficit uditivo, di questo udito che cambia. Non è solo, ‘sento un po’ meno’ e mi gusto di meno le esperienze sensoriali come andare al cinema, piuttosto che sentire qualcosa alla tv che non riesco a comprendere, ma nel momento in cui tutto questo va ad impattare sulle nostre relazioni, anche sociali, diventa disabilitante sotto certi aspetti. Per non parlare poi di quando invece questa severità aumenta, quindi quando il deficit è profondo, severo e quindi di come proprio cambia la vita della persona. Per tornare alla domanda, sì, può fare tanto, non fa miracoli, questo assolutamente, ma può accompagnare nel percorso, nel processo di cura la persona e anche l’anziano fragile, in questo caso”.
Molto importante la multidisciplinarietà
“Per me – ha ricordato Valeria Crescenzi sempre a TeleAmbiente – è stato un primo incontro per cominciare a dire anche in città: ‘guardate che la musicoterapia può aiutare, è molto importante’. Poi l’idea di, non solo sentire, ma sentire anche col cuore, quindi emozionarsi, udire per arrivare a quello. Il tutto è stato fatto quindi proprio in un’ottica di percorso, anche in un’ottica più ampia rispetto alla persona nel suo complesso”.
“Quindi sì – ha proseguito – è fondamentale non frammentarci: musicoterapia, logopedia, processi riabilitativi, l’audioprotesista, quindi la protesizzazione, ma integrare tutto nell’ottica di cura della persona. Questa è proprio una visione moderna, che anche la neuroscienza sta supportando, questa integrazione delle competenze, è necessario farlo e la città si sta svegliando”.
Sfatiamo un mito, fare musicoterapia non significa ascoltare musica.
“Se io andassi in una struttura per anziani ad esempio, a fare karaoke – ha evidenziato ancora Valeria Crescenzi – non è musicoterapia. Se io proponessi una volta al mese i canti popolari con la fisarmonica, non è musicoterapia, se vado, perché mi piace, ad allietare sono tutte attività anche molto nobili, ma da non confondere con la musicoterapia”.
“Quindi – ha concluso Crescenzi – sta anche un po’ a noi musicoterapeuti specificarsi, specializzarsi e anche far comprendere cosa facciamo, anche tramite occasioni come queste, far capire che la nostra non è un’attività musicale, ma è l’utilizzo della musica a supporto di un processo di cura della persona. Sono due cose molto diverse, è bene chiarirlo, hai fatto bene a chiedermelo”.


