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Messa in sicurezza del territorio, perché le sole risorse non bastano

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Claudio Margottini, geologo, docente, ricercatore e presidente di IAEG Italia: “Manca la funzionalità tecnica, ma soprattutto dobbiamo capire che ogni territorio ha bisogno di determinati interventi mirati, non semplicemente di soldi”.

L’evento organizzato da SIGEA – Società Italiana di Geologia Ambientale, in occasione della Giornata internazionale per la riduzione del rischio da disastri naturali, è stato anche un’occasione di confronto tra i geologi e altri esperti. La messa in sicurezza del territorio, in gran parte d’Italia, è una esigenza non più rimandabile, e servono ovviamente più fondi da investire nella prevenzione. Tuttavia, il semplice stanziamento di risorse finanziarie da solo non basta, perché occorre una pianificazione integrata e mirata, in base alle reali esigenze dei singoli territori. Lo spiega anche Claudio Margottini, geologo, ricercatore e docente, presidente della sezione italiana della International Association for Engineering Geology and the Environment (IAEG).

“Sono intervenuto come presidente della mia associazione in questo convegno interessantissimo, che è riuscito a mettere in linea le varie tipologie di esigenze con le competenze necessarie. Abbiamo visto l’importanza dei dati di base, e quindi dei censimenti e degli inventari dei fenomeni franosi, le tipologie di conservazione e in che misura vengono spesi i soldi, qualcosa che solo fino a qualche anno fa si pensava fosse difficilissimo da raggiungere” – ha spiegato Claudio Margottini, presidente di IAEG Italia – “Oggi però vediamo che manca ancora qualcosa che riesca a qualificare come vengono spese le risorse. Molto spesso si fanno interventi che sono in qualche modo funzionali alle risorse economiche e finanziarie a disposizione“.

“Faccio un esempio. Abbiamo un’area in crisi che richiede tot milioni di euro, ma molto spesso, da tecnici, specialmente nei centri e nei Comuni più piccoli, si chiede: ‘Quanti soldi avete? Facciamo il progetto per quanto avete’. Noi dovremmo cercare di superare questa fase e far sì che gli interventi abbiano un livello qualitativo tale da risolvere i problemi o ad essere stralci funzionali di un progetto integrato più grande, che però miri a risolvere integralmente il problema” – ha aggiunto il geologo, docente e ricercatore – “Il problema in realtà è culturale, si vorrebbe che anche i tecnici fossero in qualche modo formati in modo tale da poter costruire queste progettualità, e quindi riuscire a capire che gli interventi che vengono fatti non possono essere degli stralci funzionali semplicemente di natura finanziaria, ma devono essere stralci funzionali di natura tecnica. In questo modo, l’intervento che arriverà in un secondo momento non andrà a sovrapporsi a quello fatto precedentemente o addirittura, come spesso succede, a rimediare ai danni di quello fatto prima, ma diventerà uno strumento per poter integrare e quindi avere un fattore di scala tale per cui le risorse risultino correttamente allocate“.

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