L’amministrazione Trump ha avviato cause contro New York, Hawaii, Michigan e Vermont per difendere l’industria fossile e ostacolare le normative ambientali, puntando anche al Green Deal europeo.
Che Donald Trump avrebbe smantellato, una volta eletto, le politiche climatiche del governo federale si sapeva. Se non altro perché lo aveva promesso in campagna elettorale. Ciò che non si aspettavano neanche i più attenti osservatori è che avrebbe agito legalmente contro gli stati della federazione. L’amministrazione americana ha infatti avviato quattro cause legali contro gli stati democratici di Michigan, New York, Hawaii e Vermont per fermare le loro azioni legali o normative contro le compagnie dei combustibili fossili, ritenute responsabili dei danni legati alla crisi climatica.
Nello specifico, il dipartimento di Giustizia di Washington ha intentato causa a Hawaii e Michigan per bloccare le loro iniziative legali, accusandole di interferire con la regolamentazione federale e con il piano nazionale di “supremazia energetica” voluto da Trump. E allo stesso tempo ha portato in tribunale i governi locali di New York e Vermont, per le leggi statali che imporrebbero alle aziende fossili di pagare per i danni climatici proporzionalmente alle loro emissioni storiche.
Diversi esperti di diritto ambientale hanno definito la mossa del governo “altamente insolita” e “aggressiva” nel sostegno all’industria fossile. È evidente, quindi, che l’obiettivo di Trump sia quello di salvaguardare gli interessi delle compagnie petrolifere rispetto alle normative sempre più stringenti legate alle necessità climatiche.
Donald Trump contro la crisi climatica
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è nuovo ad azioni anti-climatiche.
Sia durante il suo primo mandato che all’inizio del secondo, il presidente si è schierato contro l’Accordo sul clima di Parigi. Si tratta di un accordo con il quale quasi tutti gli stati del mondo nel 2015 si impegnarono a fare di tutto per mantenere il riscaldamento globale causato dai combustibili fossili “ben al di sotto” dei 2°C, cioè quella che gli scienziati hanno indicato come la soglia da non superare per evitare le conseguenze peggiori della crisi climatica.
La decisione di Trump di tirare gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi sul clima, dunque, non era solo un tentativo di strizzare l’occhio ai negazionisti climatici.
Il neo-presidente degli USA ha fatto ben capire che intende fare sul serio nella sua lotta alle politiche green.
Inoltre anche dietro la guerra dei dazi si cela l’avversione di Trump alle politiche ambientali.
Dietro quella che può sembrare una “semplice” ostilità commerciale si nasconde in realtà un intento preciso: impedire che l’Europa possa realizzare pienamente il proprio percorso di decarbonizzazione e, di conseguenza, minacciare il primato delle tecnologie legate alle fonti fossili, pilastri storici dell’economia statunitense. Insomma, uno degli obiettivi di Washington è il Green Deal europeo, cioè quel pacchetto di norme che la precedente Commissione Ue (la prima guidata da Ursula von der Leyen) aveva approvato per decarbonizzare l’economia del Vecchio Continente. Ma perché Trump ce l’ha con il Green Deal europeo?
Il Green Deal rappresenta per l’Unione europea una svolta fondamentale: una rottura decisa con il passato, con la progressiva eliminazione della dipendenza da fonti fossili a favore di un futuro sostenibile.
Dal 2019, il piano europeo ha già consentito una significativa trasformazione del mix energetico, con il peso dei combustibili fossili nella produzione elettrica che è diminuito del 19% nel 2023, mentre la quota delle rinnovabili ha raggiunto il 44%, in netto incremento rispetto agli anni precedenti.
Secondo il think tank climatico ECCO, questa transizione sta aprendo le porte a una nuova indipendenza energetica e competitività per l’Europa, ma allo stesso tempo rappresenta un rischio strategico per gli Stati Uniti, che vedono nei propri settori energetici e automobilistici un notevole vantaggio competitivo.


