scavi archeologici illegali indagati

Scavi archeologici illegali, furti e ricettazione: 56 indagati

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Scoperto dai Carabinieri del Nucleo TPC, tra Calabria e Sicilia, un complesso e ramificato gruppo di persone che razziava i siti archeologici della Magna Grecia. Tra loro, anche sospetti esponenti della criminalità organizzata e intermediari pronti a vendere i reperti ad alcuni ricettatori presenti in Italia e all’estero.

Ben 56 indagati, a vario titolo, al termine di due operazioni parallele svolte dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza e Palermo, per diversi illeciti, tra cui scavi archeologici illegali, furti e ricettazione, compiuti da alcuni ‘tombaroli’ siciliani sia nella loro Regione d’origine che in Calabria.

La prima indagine aveva interessato inizialmente le province di Catania, Messina, Siracusa, Ragusa, Caltanissetta ed Enna, ma si era poi estesa in tutta Italia e anche all’estero, nel Regno Unito e in Germania. Quarantacinque persone sono state denunciate con varie accuse (associazione per delinquere, violazione in materia di ricerche archeologiche, impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, impiego di denaro di provenienza illecita, furto di beni culturali, ricettazione di beni culturali, autoriciclaggio di beni culturali, falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali, uscita o esportazione illecita di beni culturali, contraffazione di opere d’arte e ricettazione) e per gli investigatori facevano parte di una rete di associazioni a delinquere operanti in provincia di Catania e Siracusa: nove di loro sono finite in carcere e altre 14 agli arresti domiciliari.

Secondo le indagini, in alcuni scavi archeologici di interesse nazionale gli accusati avevano trafugato circa diecimila reperti archeologici di epoca greca, in gran parte monete, tutti in ottimo stato di conservazione e di valore inestimabili. L’attività investigativa era partita nel 2021, a seguito della denuncia del Parco Archeologico di Agrigento per alcuni scavi clandestini avvenuti nel 2019, ed era proseguita con l’arresto in flagranza di cinque persone impegnate a trafugare reperti e di altre tre che avevano già effettuato esportazioni illecite a Dusseldorf, in Germania. La svolta nelle indagini era arrivata invece un mese fa, con alcune perquisizioni che avevano permesso di scoprire un laboratorio per la produzione di falsi manufatti archeologici e per la contraffazione di monete e rame. Tra i reperti sequestrati, anche diversi manufatti di vario genere, dal valore complessivo stimato in oltre 17 milioni di euro.

Le diverse associazioni erano estremamente organizzate e in sinergia tra loro, facendo emergere ancora una volta l’inquietante fenomeno dell’archeomafia. In Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Catanzaro, ci sono stati 11 arresti di persone, ritenute vicine alla cosa di ‘ndrangheta Arena, responsabili di scavi illeciti, deturpamento di siti archeologici, furto e ricettazione di beni archeologici e culturali. Le varie indagini hanno consentito di recuperare reperti provenienti da siti archeologici situati nelle province di Catanzaro, Reggio Calabria e Crotone. I ‘tombaroli’, molto esperti di beni archeologici, erano a stretto contatto sia con gli intermediari che con i ricettatori. E per eludere ogni genere di intercettazione, ambientali o telefoniche, erano soliti usare alcuni termini convenzionali, apparentemente insospettabili, per indicare i reperti archeologici o gli strumenti necessari a rilevarli e trafugarli.

Nei gruppi responsabili dei vari reati, figurano componenti assolutamente eterogenei: uomini appartenenti alla criminalità organizzata, ma anche grandi esperti di beni archeologici e culturali, intermediari e ricettatori. Uno schema in cui ogni membro aveva un preciso ruolo diverso dagli altri, ma assolutamente complementare e indispensabile per la riuscita delle attività illecite nel loro complesso. D’altro canto, gli esperti del gruppo non solo conoscevano bene tutti i siti archeologici delle loro zone, ma sapevano anche quali nascondessero il maggior numero di reperti, dal momento che erano stati interessati solo in modo marginale dagli scavi archeologici autorizzati formalmente dagli organi statali competenti, a cominciare dalle Soprintendenze locali. Al termine di numerose perquisizioni, principalmente in Italia ma anche all’estero, sono scattati altri nove arresti, che hanno portato il totale degli indagati a 56.

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