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Traffico illecito di rifiuti ed estorsione, 20 denunce

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Un sistema di gestione di rifiuti che comportava un grave illecito ambientale, scoperto grazie alle indagini della Guardia di Finanza, partite per prevenire gli illeciti ambientali e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Caltanissetta. Coinvolte aziende con sede in diverse province della Sicilia. Tra i 20 accusati, un imprenditore è finito in carcere e un altro ai domiciliari, mentre sono stati sequestrati preventivamente beni per circa due milioni di euro. 

Venti persone denunciate dopo la scoperta di un traffico illecito di rifiuti grazie a un blitz della Guardia di Finanza di Caltanissetta, avvenuto con il supporto del Reparto Operativo Aeronavale di Palermo, al termine di indagini coordinate e dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica locale. I venti indagati sono accusati, a vario titolo, di traffico illecito di rifiuti, estorsione e attività di gestione di rifiuti non autorizzata.

Dei 20 denunciati, un imprenditore di Niscemi è finito in carcere e un altro di Gela ai domiciliari, mentre per dodici persone sono scattati l’obbligo o il divieto di dimora e per altre tre l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Secondo gli inquirenti, era stata creata un’associazione a delinquere dedita, in modo sistematico e organizzato, al traffico e alle gestione abusiva di grandi quantità di rifiuti speciali. Al tempo stesso, è stato disposto il sequestro preventivo dei mezzi e del complesso aziendale di un’impresa per un valore stimato intorno ai due milioni di euro, mentre per tre titolari di ditte e società operanti nella gestione dei rifiuti è scattato il divieto di esercitare attività imprenditoriale.

Tutto era partito da un’indagine che aveva come obiettivo il contrasto agli illeciti ambientali: il lavoro della Guardia di Finanza aveva consentito di individuare, nel territorio comunale di Niscemi e non lontano dal centro abitato, un sito in cui venivano raccolti e stoccati, per poi essere conferiti a terzi, grandi quantità di rifiuti speciali, anche pericolosi. Quei rifiuti venivano accatastati direttamente a contatto con il suolo, senza alcun sistema di protezione o impermeabilizzazione, con il rischio concreto di contaminazione dei terreni e delle falde acquifere. L’imprenditore attualmente detenuto in carcere, secondo l’accusa, avvalendosi di collaboratori stretti e fidati, compresi alcuni familiari, avrebbe raccolto e stoccato, nel deposito della propria azienda, grandi quantità di rifiuti speciali provenienti da diversi soggetti, dietro un compenso assolutamente vantaggioso rispetto ai canali legali di smaltimento. Successivamente, quei rifiuti venivano trasportati e smaltiti in altre aziende situate a Catania e a Licata.

Le indagini si sono concentrate anche sui conferitori, alcuni dei quali già noti alle forze dell’ordine, che trasportavano ogni giorno dai Comuni limitrofi grandi quantità di rifiuti utilizzando automezzi privi delle necessarie autorizzazioni ambientali. Nel sito individuato dai finanzieri, venivano accumulati, in modo grossolano e senza rispettare alcuna misura di sicurezza, rifiuti speciali e pericolosi, come materiali metallici (ferrosi e non ferrosi) tra cui fusti, elettrodomestici e veicoli. Questi ultimi, in particolare, per via del peso e delle dimensioni, venivano scaricati e accumulati direttamente sul terreno grazie ad una gru.

In fase di indagine, si è rivelato fondamentale il ricorso a intercettazioni, telefoniche e telematiche, e ad attività di vidosorveglianza mirate nei pressi della sede dell’azienda incriminata. Successivamente, gli investigatori hanno anche controllato e pedinato chi partecipava a quella filiera del traffico illecito di rifiuti. Un’altra conferma è arrivata grazie al sequestro preventivo di un autoarticolato e di circa cinque tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, come motori termici non bonificati e filtri inibiti di olio, destinati a un deposito di Catania. Sempre secondo l’accusa, in base a quanto ricostruito dalla indagini, l’imprenditore, con chi non pagava o pagava in ritardo, si sarebbe anche reso protagonista di condotte intimidatorie: in una conversazione intercettata, l’uomo intimava ad un cliente palermitano di saldare un vecchio debito pagando duemila euro al mese, minacciando gravi conseguenze.

 

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