Le microplastiche si trovano nel liquido seminale e nella prostata. La scoperta nel nuovo studio dell’Università di Padova. Foresta: “Questi dati non devono essere interpretati in modo allarmistico, ma come un segnale da comprendere meglio”.
Un nuovo studio dell’Università di Padova ha rilevato la presenza di microplastiche nel liquido seminale umano. La ricerca, condotta dal prof. Carlo Foresta in collaborazione con Andrea Di Nisio e Lucio Nitti, fornisce ulteriori evidenze sulla capacità di queste particelle di raggiungere – mantenendo inalterata la loro morfologia – anche il sistema riproduttivo maschile.
Le microplastiche sono particelle di plastica di dimensioni inferiori ai 5 mm e, negli ultimi vent’anni, numerose ricerche hanno dimostrato la loro presenza in ogni angolo del pianeta. Che siano frutto della degradazione di rifiuti plastici più grandi o frammenti rilasciati nell’ambiente (come per il lavaggio dei capi sintetici), questi minuscoli pezzetti di plastica sono stati trovati anche nella placenta, nel sangue, nel cervello, nei polmoni. Il nuovo studio italiano conferma quanto già evidenziato da una ricerca analoga condotta in Cina e una del 2023 realizzata nell’ambito del progetto EcoFoodFertility.
I risultati, presentati al 40° Convegno di Medicina della Riproduzione il 29 e 30 gennaio presso l’Università di Padova, mostrano la presenza di microplastiche in tutti e sei i campioni di liquido seminale esaminati. I frammenti osservati dai ricercatori sono di dimensioni molto ridotte, comprese tra 2 e 13 micrometri, paragonabili a quelle degli spermatozoi stessi, la cui testa ha un diametro di circa 5-8 micrometri.
“Parliamo di circa 50 particelle per millilitro, quindi di numeri molto bassi se confrontati con le cellule presenti nel liquido seminale”, spiega il dott. Foresta, coordinatore dello studio. “Nel caso delle microplastiche però il dato va letto in termini di presenza e non di peso: si tratta di un ordine di grandezza del tutto in linea con quello osservato in altri fluidi biologici umani, come sangue, latte materno o placenta, e indica che l’esposizione ambientale a queste particelle riguarda anche il sistema riproduttivo”.
A preoccupare, dunque, non sono le quantità o la grandezza, ma che i minuscoli frammenti abbiano raggiunto anche l’apparato riproduttivo maschile.
Lo studio fornisce anche dettagli sulla composizione delle microplastiche individuate nei campioni di sperma: polimeri di uso comune come polipropilene, polietilene e polistirene. Si tratta di plastiche utilizzate per imballaggi, contenitori, tessuti sintetici e molti altri oggetti di largo consumo, confermando un’esposizione ambientale continua.
Inoltre, i ricercatori hanno rilevato che le microplastiche presenti nel liquido seminale non aderiscono agli spermatozoi e non penetrano al loro interno, coesistono nel plasma seminale senza un’interazione diretta.
“Questo dato è importante perché indica che, almeno per le microplastiche di queste dimensioni, non osserviamo un contatto diretto con gli spermatozoi”, sottolinea il professor Andrea Di Nisio dell’Università Pegaso, co-autore dello studio. “Ciò non significa che il problema sia irrilevante, ma che eventuali effetti potrebbero essere mediati da meccanismi indiretti, legati piuttosto alle strutture riproduttive che le microplastiche attraversano prima di arrivare al liquido seminale, come ad esempio testicoli, epididimo e prostata”.
Un altro aspetto rilevante dalla ricerca è la presenza di microplastiche anche nella prostata, dove le particelle osservate sono risultate più in media più grandi rispetto a quelle trovate nel liquido seminale. La differenza di dimensioni suggerisce che la prostata possa svolgere una funzione di filtro biologico, impedendo ai frammenti più grandi di raggiungere il fluido biologico.
I dati emersi dallo studio suggeriscono che il liquido seminale potrebbe essere un altro indicatore biologico non invasivo dell’esposizione umana alle microplastiche e sottolineano la necessità di ulteriori studi per comprenderne meglio i possibili effetti sull’organismo.
“Questi dati non devono essere interpretati in modo allarmistico, ma come un segnale da comprendere meglio”, conclude Foresta. “Servono ulteriori studi per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione alle microplastiche, soprattutto considerando particelle ancora più piccole, come le nanoplastiche, che oggi non siamo in grado di osservare con sufficiente precisione”.


