Nuove regole che vietano di distruggere i vestiti invenduti per un’industria della moda con meno sprechi, più circolare e trasparente. Ecco cosa prevedono.
Dal 19 luglio scattano le nuove regole che vietano di distruggere liberamente i vestiti invenduti, così come previsto dal Regolamento Ecodesign.
Ogni anno in Europa si stima che tra il 4% e il 9% di abiti e scarpe invenduti viene distrutto prima ancora di essere utilizzato. Questo fenomeno genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂. Dietro ad ogni capo distrutto ci sono anche acqua, energia, materie prime e lavoro completamente sprecati. Non si tratta quindi solo di vestiti, ma anche di risorse naturali consumate invano. Questi dati evidenziano l’urgenza di intervenire su un settore ad alto impatto ambientale, caratterizzato da cicli produttivi rapidi e da un’elevata generazione di rifiuti.
Le aziende dovranno essere trasparenti comunicando quanti prodotti invenduti buttano via e come li gestiscono. (le grandi aziende già lo fanno). Lo smaltimento sarà consentito solo in casi specifici, per esempio, se la merce è danneggiata o non riutilizzabile. Per le imprese di medie dimensioni l’obbligo scatterà dal 2030.
Il fenomeno coinvolge sia la sovrapproduzione tipica del fast fashion sia il boom dell’e-commerce. Solo in Germania, ogni anno, quasi 20 milioni di articoli restituiti vengono smaltiti invece di essere rimessi in vendita, con ulteriore spreco di materie prime, energia e trasporti.
La Commissione europea parla di “gestione più efficiente delle giacenze” e di “alternative alla distruzione”, per ridurre i rifiuti e i danni ambientali, ma anche per creare condizioni di concorrenza più eque tra le aziende che investono davvero in modelli sostenibili e chi invece continua a produrre troppo per poi eliminare l’eccesso.
Entrato in vigore nel luglio 2024, il regolamento ESPR punta a migliorare in modo significativo la sostenibilità dei prodotti immessi sul mercato dell’Unione europea. Le nuove regole rafforzano la circolarità, le prestazioni energetiche, la riciclabilità e la durabilità dei beni di consumo.
Le nuove misure rispondono direttamente alle preoccupazioni dei cittadini europei in merito allo spreco di risorse e all’impatto sociale e ambientale del fast fashion. Ridurre la distruzione dei prodotti invenduti significa incentivare modelli di business basati sul riutilizzo, sulla riparazione e sul riciclo.
Che fine fanno gli abiti invenduti? Il magazine di TeleAmbiente
Ma perché questa pratica di distruggere l’invenduto viene fatta dalle aziende? E attenzione, non parliamo solo di brand di fast fashion, la moda usa e getta a basso costo, ma anche di noti brand dell’industria del lusso.
Lo abbiamo chiesto a Silvia Gambi, Giornalista e fondatrice di Solo Moda Sostenibile.
Abbiamo anche parlato poi con Salvatore Pariota, amministratore delegato di un’azienda che si occupa di acquisto e vendita stock abbigliamento e accessori, DIVERGENT srl e di come è per le aziende liberarsi dai capi invenduti e dalle rimanenze rivolgendosi agli stocchisti.
Dal regolamento Ecodesign al passaporto digitale, tutte le nuove norme UE del settore tessile
La normativa fa parte di un piano più ampio dell’Unione Europea volto a migliorare la sostenibilità nell’industria tessile. Le nuove norme istituiscono la responsabilità estesa del produttore (EPR), attraverso la quale i produttori di prodotti che, una volta utilizzati, potrebbero essere considerati rifiuti, sono sottoposti ad alcuni obblighi al fine di promuoverne la riduzione e migliorarne il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero. Anche in questo caso in Italia è già stata introdotta, ma solo sulla carta.
Il regolamento verrà adottato a partire dal 2027 ed ha come obiettivo quello di migliorare la sostenibilità e la tracciabilità dei prodotti in tutto il loro ciclo di vita. Prevede che quasi tutti i prodotti venduti nell’UE, compresi quelli del settore tessile, siano dotati di un passaporto digitale (Digital Product Passport) che fornisca informazioni complete riguarda all’origine, ai materiali utilizzati, all’impatto ambientale e con le indicazioni per il corretto smaltimento.
In cosa consiste il Passaporto Digitale per i vestiti
Ciascun prodotto tessile dovrà essere dotato di un’etichetta, un QR code o un codice a barre, che, una volta scansionato, darà accesso ad informazioni circa le caratteristiche di sostenibilità e riciclabilità del capo, nonché il suo processo di produzione e la sua provenienza. Particolarmente importanti saranno poi le informazioni relative all’impatto ecologico, come i dati sull’impronta di carbonio del prodotto.
Una vera e propria carta di identità digitale dettagliata che guiderà non solo i consumatori a fare scelte d’acquisto più etiche e consapevoli, ma anche le aziende a ridurre l’impatto ambientale e rendere le informazioni sulla sostenibilità sempre più attendibili.


