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Piero Gobetti a 100 anni dalla morte

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Era il 16 febbraio del 1926 quando Piero Gobetti morì, in esilio, a Parigi, non ancora 25enne. Eppure, nonostante la giovane età, ha lasciato moltissimo al Paese: antifascista e liberale, aveva capito in anticipo le trasformazioni che avrebbe vissuto l’Italia negli anni e nei decenni successivi, fino ad oggi. Il ricordo di Benedetto Della Vedova, deputato e segretario nazionale di +Europa. 

Cento anni dalla morte di Piero Gobetti. Era il 16 febbraio del 1926 quando il giovane giornalista, filosofo, politologo ed editore italiano morì a Parigi, in esilio, non ancora 25enne. Antifascista e liberale, Piero Gobetti nonostante la morte in giovane età resta ancora oggi una figura di riferimento per la politica italiana ed è anche per questo che Benedetto Della Vedova, deputato e segretario nazionale di +Europa, ha organizzato una conferenza stampa alla Camera per omaggiarne la memoria.

Abbiamo voluto rendere omaggio a Piero Gobetti con una testimonianza, nella sala stampa della Camera, con due autori di libri di testo, Paolo Di Paolo e Franco Corleone, dando innanzitutto un ricordo dal punto di vista umano. Parliamo di un ragazzo morto anche in conseguenza dei pestaggi fascisti, a meno di 25 anni, che come autore, editore e polemista ha lasciato una quantità straordinaria di testimonianze e di idee” – ha spiegato l’onorevole Benedetto Della Vedova – “Lui aveva capito, e questo secondo me è un messaggio molto attuale, che il fascismo, come diceva lui, è l’autobiografia della nazione. Il fascismo non era un fatto casuale, ma era il frutto di tante cose e di tanti disinteressi e di tanti girarsi dall’altra parte, che hanno consentito poi l’avvento di Mussolini. Piero Gobetti era un liberale, era un grande antifascista, a suo modo parlava di europeizzare l’Italia, cioè portare l’Italia in Europa perché il nazionalismo era contro l’Europa. E anche questo è un messaggio straordinariamente attuale. Inoltre, lui invitava alla mobilitazione e alla passione politica, proprio perché aveva intuito che il fascismo era arrivato nella disillusione politica, che derivava dal mancato impegno delle persone. Lui puntava molto proprio sulla responsabilità individuale, che era anche responsabilità politica, per azioni ma anche per omissioni“.

 

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