L’inchiesta di Lighthouse Reports, insieme ad altre testate come L’Espresso e Il Fatto Alimentare, smaschera la strategia adottata dalle multinazionali del cibo spazzatura discapito della salute pubblica. Tra questa c’è anche la Ferrero.
Le grandi aziende di cibo spazzatura stanno usando cause legali per bloccare o indebolire le leggi a tutela della salute pubblica. A rivelarlo un’inchiesta realizzata da Lighthouse Reports, insieme a L’Espresso, Il Fatto Alimentare, The Guardian e altre sei testate internazionali.
Exposed: Big Food’s 239 lawsuits against life-saving policies
Our investigation, #BigFood vs The People reveals how food giants use tobacco-style legal tactics to challenge public health regulations around the world. https://t.co/Bqi7IQtP98
— Lighthouse Reports (@LHreports) July 22, 2026
Per la prima volta vengono svelati numeri, strategie e nomi di questa guerra giudiziaria globale. In soli sei Paesi analizzati, tra il 2010 e il 2025, l’industria dei giganti del junk food ha intentato 239 cause, costringendo gli Stati a impiegare oltre 595 anni complessivi per difendere le proprie normative. Il 68% dei casi riguarda le misure di etichettatura del cibo, il vero stratagemma per educare le persone ad una dieta più attenta e sicura.
Tra le grandi aziende globali del settore alimentare, la cosiddetta Big Food, le più attive nelle cause sono Coca-Cola, PepsiCo, Mondelez, Danone e anche Ferrero.
L’obiettivo principale non è vincere le cause – ne perdono l’82% – ma guadagnare tempo. Si tratta della strategia del “regulatory chill“, ovvero il “raffreddamento regolatorio“: spaventare i governi prima ancora che scrivano le leggi, intimorirli con la minaccia di ricorsi, risarcimenti milionari o il blocco degli investimenti. Queste tattiche rispecchiano quelle utilizzate dall’industria del tabacco per decenni.
Le tattiche variano da Paese a Paese: in Messico si è arrivati allo spionaggio con il software militare Pegasus ai danni di scienziati e attivisti; in India le multinazionali sommergono di diffide i giovani influencer che analizzano gli ingredienti dei prodotti sui social; in Colombia si usano ricorsi di incostituzionalità presentati da finti “privati cittadini”.
La situazione in Italia
In Italia l’industria ha di fatto vinto, bloccando etichette come il Nutri-Score, con il pretesto di tutelare la dieta mediterranea e il Made in Italy.
Il Nutri-Score è l’etichetta nutrizionale fronte-pacco nata in Francia che classifica gli alimenti tramite un sistema a semaforo con lettere e colori. In Italia, invece, è stato approvato e adottato ufficialmente nel 2020, tramite un decreto interministeriale, un sistema alternativo a quello francese, il NutrInform Battery. Tramite un’icona a forma di “batteria”, viene indicata la percentuale di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale contenuta nella singola porzione rispetto alla quantità giornaliera raccomandata. Più la batteria è carica, più nutrienti di quel tipo si assumono.
Il suo utilizzo, però, nel nostro Paese è su base volontaria e, tra gli altri problemi, c’è la sua scarsa immediatezza e la complessità di lettura.
Inoltre, proprio in Italia che il tasso di obesità infantile è tra i più alti: secondo i dati ISTAT 2025, 6 milioni di adulti sono obesi in Italia, un minore su quattro tra i 3 e 17 anni (26%) è in eccesso di peso, con un picco del 32,3% tra i bambini di 3-10 anni. Tra i fattori che influenzano questi dati ci sono le condizioni socioeconomiche e culturali delle famiglie, quindi meno informate e dunque più esposte.
In Italia, la regolamentazione sulla pubblicità del cibo ultra processato per grandi e piccini non esiste, le misure di tassazione sulle bevande zuccherate slittano da sempre. L’entrata in vigore della Sugar Tax (imposta sul consumo di bevande analcoliche edulcorate) è stata ulteriormente posticipata al 1° gennaio 2027.
Nel frattempo, è stata presentata alla Camera una proposta di legge targata PD, che mira a limitare il consumo di zuccheri degli italiani attraverso delle nuove etichette che permettano di valutare la percentuale e il quantitativo in grammi di zuccheri che ogni alimento contiene.
La classifica dei Big Food più attivi nelle cause legali
In cima alla classifica si colloca Coca-Cola con 24 azioni legali dirette, seguita da PepsiCo (con 17), Mondelēz (8 casi), Kellogg’s e Danone (5 casi ciascuna). Seguono a pari merito la Ferrero, il gruppo messicano specializzato in energia ed alimenti Xignux e Heartland Food Products Group, con 4 contenziosi rispettivamente.
Ferrero è protagonista di tre azioni giudiziarie. Interpellata da Lighthouse Reports in merito all’inchiesta giornalistica, l’azienda ha risposto una settimana fa dicendo che “Ferrero sostiene gli obiettivi di salute pubblica volti a ridurre l’obesità e le malattie correlate all’alimentazione e condivide le rilevanti raccomandazioni formulate dalle autorità sanitarie internazionali, incluse quelle sul consumo dello zucchero. Sosteniamo etichettature nutrizionali fondate sull’evidenza scientifica e non discriminatorie. Assicuriamo ai consumatori informazioni nutrizionali chiare e molti dei nostri prodotti sono offerti in piccole porzioni individuali, con circa il 91% dei nostri volumi di mercato contenenti meno di 150 calorie per confezione. Laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, questo ha riguardato i criteri di chiarezza sulla attuazione delle politiche – ad esempio le incongruenze con cui prodotti comparabili sono trattati in base alla stessa norma – piuttosto che per opposizione agli obiettivi di salute pubblica”.
Mentre la comunità scientifica e riviste come The Lancet confermano il legame biologico e diretto tra cibo ultra-processato, tumori, diabete e malattie cardiovascolari, i profitti di Big Food sono protetti da battaglie legali, mentre i costi sanitari ricadono sulla collettività.


