Inquinamento, le nanoplastiche sono arrivate fino in Antartide

Inquinamento, le nanoplastiche sono arrivate fino in Antartide

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Uno studio internazionale ha trovato i frammenti nei campioni di permafrost dei deserti freddi dell’Antartide.

Nessun angolo del Pianeta è privo di inquinamento e persino una delle aree più remote è stata contaminata da micro e nanoplastiche. Queste minuscole particelle sono state trovate anche in Antartide, più precisamente nei suoli delle McMurdo Dry Valleys, tra le aree più estreme e meno antropizzate della Terra. A rivelare per la prima volta la presenza dei frammenti è uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “Scientific Reports”, condotto in collaborazione con l’Università di Verona.

Attraverso l’analisi di campioni di permafrost proveniente dai deserti freddi antartici raccolti nel gennaio 2023, i ricercatori hanno individuato frammenti di dimensioni comprese tra i 20 nanometri e un micrometro, ovvero la dimensione di molti batteri, spore e particelle di fumo o nebbia particolarmente fini.

Tra i polimeri identificati ci sono il polipropilene, che rappresenta circa il 40% delle nanoplastiche rilevate, seguito dalle particelle derivanti dall’usura degli pneumatici – una delle principali fonti di inquinamento da plastica diffuse tramite all’atmosfera – dal polietilene, dal polistirene e dal cloruro di polivinile (PVC).

La presenza delle nanoplastiche è stata rilevata nello strato superficiale del permafrost (i primi 20 cm) in oltre la metà dei siti esaminati, con concentrazioni che in alcuni casi hanno raggiunto i 300 nanogrammi per grammo di suolo.

Ma i microscopici frammenti di plastica non si sono fermati alla superficie: anche se in quantità inferiori, i ricercatori hanno trovano le particelle anche negli strati più profondi, indicando che l’inquinamento interessa l’intero profilo del suolo e sollevando preoccupazioni sull’impatto ecologico nelle regioni polari.

La presenza delle particelle così in profondità sottolinea inoltre quanto questi contaminanti siano pervasivi e si trovino ormai ovunque, persino nel nostro organismo.

Il gruppo di ricerca, per comprendere l’origine delle nanoplastiche, ha utilizzato un modello di dispersione atmosferica che ha segnalato un duplice contributo. Da un lato le minuscole particelle sono state prodotte dall’attività umana del contenente, dall’altro sono state trasportate a lungo raggio dall’atmosfera.

Quanto emerso dallo studio internazionale dimostra, ancora una volta, che l’inquinamento da plastica è un fenomeno di portata globale.

“La contaminazione da plastica è diventata una preoccupazione globale, con evidenze della sua presenza persino in regioni remote come l’Antartide – ha commentato in una nota Claudio Zaccone, docente del dipartimento di Biotecnologie, autore corrispondente insieme a Dušan Materić – Sebbene macroplastiche e microplastiche siano già state documentate negli ecosistemi marini antartici, la loro presenza e il loro destino nei suoli del continente antartico rimangono ancora poco conosciuti, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico e di progressivo scioglimento del permafrost”.

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