Bird strike sul volo Madrid-Parigi: perché c'entrano allevamenti intensivi e discariche?

Bird strike sul volo Madrid-Parigi: perché c’entrano allevamenti intensivi e discariche?

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Ancora un caso di “bird strike” nei cieli d’Europa. Eminente (ENAC): “Ecco le strategie per prevenire gli impatti tra aerei e uccelli”.

Nuovo caso di “bird strike” nei cieli d’Europa. Un aereo in servizio dall’Aeroporto “Adolfo Suárez” di Madrid-Barajas, in Spagna, all’Aeroporto di Parigi-Orly, in Francia, ha colpito un grosso uccello in fase di decollo. Un urto fortissimo che, come mostrato da alcune immagini pubblicate sui social, ha fatto cadere le maschere dell’ossigeno a bordo.

Immediata, dunque, la richiesta del comandante dell’Airbus A321XLR della compagnia aerea Iberia per un atterraggio d’emergenza. In pochi minuti, il volo IB579 ha ritoccato la pista in totale sicurezza. Nessun ferito né tra i passeggeri né tra l’equipaggio. Significativi, però, i danni causati dall’impatto con il volatile, soprattutto al muso e al motore del velivolo. Almeno per il momento, nonostante il suo recente ingresso in flotta, inutilizzabile l’aereo nuovo di zecca. Qualche ora dopo l’incidente, i viaggiatori sono stati imbarcati su un altro volo per raggiungere la destinazione finale.

Intanto, soprattutto negli ultimi anni, i casi di “bird strike” in Europa, e non solo, sembrerebbero essere aumentati. Tra le cause, la vicinanza delle aerostazioni ad allevamenti intensivi, coltivazioni intensive e discariche. Non a caso, proprio qui, gli uccelli sono diventati stanziali a causa dell’abbondanza di cibo. Proprio per questo l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) e l’Università degli Studi di Torino hanno aperto il primo laboratorio d’Italia per studiare misure utili a garantire la sicurezza nei cieli.

Bird strike, l’intervista a Claudio Eminente (ENAC)

Che cosa è il “bird strike”?

Il “bird strike” è l’impatto tra un aereo e un uccello. Durante l’urto, l’energia in gioco è abbastanza significativa, perché si verifica una relazione diretta tra la massa dei soggetti coinvolti, quindi, massa del velivolo e massa dell’uccello, e il quadrato della velocità“.

Il primo incidente documentato tra un aereo e un uccello risale al 1905. Ma perché, soprattutto negli ultimi decenni, il fenomeno sembra essere frequente?

Innanzitutto, la consapevolezza da parte dei soggetti coinvolti nel riportare i casi di “bird strike” è aumentata. In secondo luogo, gli eventi sono correlati strettamente al traffico aereo decisamente cresciuto, a parte l’intervallo relativo alla pandemia di Covid. Anche la popolazione di uccelli, però, è prosperata in maniera esponenziale soprattutto nella vicinanza delle aerostazioni. Queste ultime vengono viste dalla fauna selvatica, in particolare dai volatili, come aree sicure e tranquille“.

Fino a oggi, in tutto il mondo oltre 800 le persone morte e almeno 739 gli aerei andati distrutti a causa del “bird strike”. Qual è stato l’impatto più eclatante nella storia?

Quello del volo US Airways 1549 finito nel fiume Hudson, a New York, negli Stati Uniti d’America, il 15 gennaio 2009. Dopo essere decollato da LaGuardia Airport, l’aereo si scontrò con uno stormo di oche selvatiche. A causa di alcune avarie, il pilota, che non riuscì a rientrare nello scalo di partenza, decise di atterrare nel fiume Hudson con una manovra sì complessa ma senza conseguenze per i 155 passeggeri a bordo“.

Quali strategie si stanno mettendo a punto per prevenire il “bird strike”?

Ci sono due modalità indicate dalle normative internazionali e nazionali. In ambito aeroportuale, la prima opzione prevede meccanismi di ispezione della pista in modo continuativo, così da procedere all’allontanamento della fauna selvatica, o metodi di dissuasione come il distress call, cioè un apparecchio solito simulare il grido degli uccelli in difficoltà, l’utilizzo dei falchi efficaci per determinate tipologie di volatili, l’adozione di droni per individuare e mandare via gli animali o l’installazione di cannoni attivabili con discrezionalità per non abituare troppo gli inquilini indesiderati. La seconda opzione si riferisce, invece, all’eliminazione o alla limitazione delle fonti attrattive all’esterno delle aerostazioni come discariche, allevamenti intensivi, coltivazioni intensive e industrie di trasformazione. Proprio per questo i gestori degli scali aeroportuali stanno mettendo in atto forme di dialogo con stakeholders e Autorità Locali. Credo che questa sia la principale sfida per il futuro“.

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