Chernobyl, a 40 anni dal disastro i rischi del nucleare legati a guerre e crisi climatica

Chernobyl, a 40 anni dal disastro i rischi del nucleare legati a guerre e crisi climatica

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Sono passati 40 anni dall’incidente nucleare più grave della storia. Oggi Chernobyl continua a preoccupare, mostrando le possibili fragilità dei sistemi energetici atomici legati a conflitti ed eventi climatici sempre più estremi e frequenti.

A 40 anni dal disastro di Chernobyl, i rischi legati alla vulnerabilità delle centrali atomiche tornano alla luce. Guerre, tensioni geopolitiche ed eventi metereologici estremi sempre più frequenti rendono più fragile la sicurezza dei sistemi energetici nucleari.

Proprio il conflitto in Ucraina, lo scorso dicembre, ha fatto scattare un allarme nucleare causato da un drone russo che ha danneggiato lo scudo protettivo che circonda la centrale (New Safe Confinement), realizzato per bloccare la diffusione delle radiazioni a seguito dell’esplosione del 1986.

L’episodio sarebbe avvenuto a febbraio del 2025, ma la conferma definitiva da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è arrivata verso la fine dell’anno.

Anche se i livelli delle radiazioni, secondo l’agenzia appaiono “normali e stabili”, la situazione resta costantemente monitorata perché la struttura di contenimento – realizzata tra il 2016 e il 2019 – al momento non è più in grado di bloccare le radiazioni.

“L’attacco con droni al New Safe Confinement è stato un crimine di guerra commesso dalla Russia. Dopo 40 anni, il sarcofago di Chernobyl è vulnerabile. I danni al New Safe Confinement comportano anni di riparazioni e ulteriori ritardi prima che il sarcofago possa essere smantellato in sicurezza”, ha dichiarato Shaun Burnie, esperto nucleare di Greenpeace Ucraina.

Alle conseguenze ambientali e sulla salute delle popolazioni raggiunte dalla nube radioattiva di quarant’anni fa, si aggiunge la preoccupazione di affidarsi a sistemi energetici centralizzati – come gli impianti atomici – in un contesto sempre più instabile.

“Quarant’anni dopo l’inizio del disastro di Chernobyl, viviamo ancora le sue conseguenze. I gravi rischi della produzione di energia nucleare vengono deliberatamente sfruttati come arma di guerra dalla Russia, che ha attaccato e occupato sistematicamente le centrali ucraine, trasformandole in strumenti militari e politici”, ha dichiarato Polina Kolodiazhna di Greenpeace Ucraina.

A dimostrare un diverso modello di resistenza ci sarebbero i sistemi energetici basati sulle fonti rinnovabili. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, l’energia solare combinata con sistemi di accumulo a batteria – generata da due impianti ibridi installati da Greenpeace Ucraina – ha contribuito a mantenere operativi ospedali, scuole e amministrazioni locali durante i blackout. Inoltre, questi sistemi sono più difficili da mettere fuori uso e più semplici da riparare.

Chernobyl, 40 anni fa il disastro nucleare più grave della storia

La storia legata al disastro di Chernobyl, è iniziata il 26 aprile 1986 quando l’esplosione e l’incendio del quarto reattore della centrale nucleare, nell’allora territorio sovietico, causarono l’incidente nucleare più grave della storia. A causa di un malfunzionamento del sistema di raffreddamento, all’1:23 ora locale uno dei reattori del polo esplose, provocando la morte di almeno 25mila persone. La nube radioattiva si diffuse su vaste zone dell’Unione Sovietica, oggi territori di Bielorussia, Ucraina e Federazione Russa.

All’inizio le autorità sovietiche non divulgarono informazioni al riguardo, ma quando l’aumento delle radiazioni fu rilevato in Svezia la notizia si diffuse a livello internazionale e dovettero ammettere quanto accaduto. Quasi 8,4 milioni di persone nei tre Paesi furono esposte alle radiazioni. Le nubi tossiche raggiunsero in pochi giorni anche l’Europa e le persone esposte furono oltre 800mila. Gli effetti delle radiazioni continuano ancora oggi. Anche l’impatto sulla flora e la fauna fu evidente. Nei pressi della centrale, nel raggio di circa 10 km quadrati, si trova una piccola foresta di pini che a causa delle radiazioni cambiò colore. Gli alberi della pineta prima assunsero un colore rossiccio, poi morirono. La zona fu ribattezzata “Foresta Rossa”.

Eppure, nonostante la devastazione causata dalle radiazioni, a distanza di quattro decadi la fauna selvatica è tornata a popolare la vasta terra di nessuno che si estende tra Ucraina e Biolorussia.

L’area, ancora troppo pericolosa per gli esseri umani, è tornata a ospitare orsi bruni, linci, alci, cervi e persino branchi di cani randagi. Anche i cavalli di Przewalski – originari della Mongolia e un tempo sull’orlo dell’estinzione – sono stati introdotti a scopo sperimentale nel 1998 e ora pascolano nel paesaggio radioattivo grande più del Lussemburgo. Un segnale di quanto la natura sappia riappropriarsi degli spazi devastati dall’uomo, trasformandoli in nuove oasi di biodiversità.

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