Durante la COP30 a Belèm, in Brasile, un gruppo di manifestanti – tra cui alcuni indigeni – ha tentato di introdursi nel sito che ospita la Conferenza sui cambiamenti climatici: “Il governo mente: la foresta e i popoli non stanno bene”.
A neanche due giorni dall’inizio della COP30 – la Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici – a Belèm, in Brasile, il clima si è acceso tra le proteste dei manifestanti e l’indignazione delle associazioni ambientaliste.
Nella serata di martedì 11 novembre, diverse decine di manifestanti indigeni e non indigeni si sono introdotti con la forza nel sito che ospita la Conferenza, scontrandosi con le guardie di sicurezza. Il gruppo – che ha cercato di entrare nell’area oggetto del meeting sventolando striscioni e cantando – è stato respinto fisicamente, un evento raro in una conferenza ONU sul clima.
Secondo un portavoce delle Nazioni Unite, i manifestanti hanno causato “ferimenti lievi a due membri del personale di sicurezza e danni lievi al sito”. A seguito del blitz, la sicurezza ha barricato gli ingressi della “Zona Blu”, il cuore della Conferenza sul Clima, con tavoli e mobili.
“Il movimento indigeno voleva presentare le sue richieste all’interno della Zona Blu, ma non gli hanno permesso di entrare”, ha dichiarato Joao Santiago, professore presso l’Università Federale del Pará.
“È un momento di rivolta, di indignazione, è un momento in cui noi indigeni sentiamo la sconfitta del nostro territorio nella pelle”, ha dichiarato il manifestante indigeno Cacique Gilson.
Una richiesta di aiuto, quella lanciata dai partecipanti alla protesta, affinché la distruzione di foreste e popoli venga arrestata. “Il governo mente: la foresta e i popoli non stanno bene”, ha dichiarato il pajé Nato Tupinambá, tra i leader del gruppo, al sito del quotidiano Folha de Sao Paulo.
I manifestanti avevano partecipato poco prima a una marcia e volevano sensibilizzare l’opinione pubblica sulle situazioni dei popoli indigeni, ha spiegato Maria Clara, un’attivista dell’associazione Rede Sustentabilidade Bahia: “Queste voci vengono ignorate. Arrivando qui, sono entrati nello spazio della COP30 per affermare che la COP finirà, ma la distruzione continua”.
Gli organizzatori della manifestazione, la Marcia per la Salute e il Clima, hanno preso le distanze da quanto accaduto nel sito della COP30: “La marcia, che si è conclusa davanti alla sede della COP30, è stata un’espressione legittima, pacifica e organizzata di mobilitazione popolare, basata sul dialogo, sulla responsabilità e sull’impegno collettivo”.
Gli scontri avvenuti a Belèm contrastano con l’obiettivo del Brasile di rendere questo summit “la migliore COP in termini di partecipazione indigena”, come aveva dichiarato la scorsa settimana all’AFP il Ministro per i Popoli indigeni, Sonia Guajajara.
Infatti, in un’iniziativa senza precedenti, il movimento indigeno brasiliano, sostenuto dal governo federale, ha reso possibile la presenza di quasi 400 leader negli spazi ufficiali dei negoziati della COP30 e nella città ospitante è stato allestito un villaggio con 3mila indigeni, compresi popoli nativi di altre regioni dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia.
COP30
Que espetáculo pic.twitter.com/DmPK08J6x6
— Ale SBlack (@ale_sblack) November 12, 2025
COP30, Greenpeace Italia: “I governi facciano pagare le aziende fossili responsabili della crisi climatica”
L’indignazione e il malcontento sul vertice in corso non provengono solo dalle popolazioni indigene, che denunciano le condizioni critiche di persone ed ecosistemi, ma anche da associazioni ambientaliste, come Greenpeace, che sottolineano l’urgenza di accelerare l’uscita dei combustibili fossili, fermare la deforestazione e adottare altre strategie per affrontare la sfida della crisi climatica che sta vivendo il Pianeta.
Commentando i nuovi dati del Climate Index Risk (CRI) sugli eventi estremi presentati da German Watch alla COP30 di Belèm, Simona Abbate di Greenpeace Italia ha dichiarato:
“Questi numeri sono un atto d’accusa contro l’inerzia climatica globale e confermano l’urgenza di azioni concrete da parte dei leader politici, non solo di dichiarazioni. Alla COP30 servono roadmap vincolanti per accelerare l’uscita dai combustibili fossili, fermare la deforestazione entro il 2030, finanziare l’adattamento alla crisi climatica e le compensazioni per le perdite nei paesi più vulnerabili. Chiediamo all’Italia di introdurre nella prossima Legge di Bilancio una tassa sugli extra-profitti delle compagnie fossili. Gli utili miliardari dell’ultimo decennio del settore devono essere destinati alla transizione energetica e all’adattamento climatico. È ora di passare dalle parole ai fatti. La giustizia climatica richiede di far pagare chi inquina”.
Secondo l’indice, tra il 1995 e il 2024, si sono registrati oltre 9.700 eventi metereologici estremi, con più di 830.000 vittime e oltre 4.500 miliardi di dollari di danni diretti: l’ulteriore conferma che la crisi climatica è una realtà che stiamo già subendo e non un’ipotesi futura. Una fotografia impietosa – quella restituita dal Climate Index Risk – che dimostra ancora una volta la vulnerabilità di qualsiasi nazione agli eventi climatici estremi e l’ingiustizia sociale che ne deriva. A pagare il prezzo più alto della crisi climatica, infatti, è il Sud del mondo (Myanmar, Filippine, Dominica, Haiti, India, Libia): i paesi che emettono pochissime emissioni storiche di gas serra sono quelli che subiscono le conseguenze più catastrofiche.


