A stabilirlo, i giudici della Corte d’Appello di Milano, che hanno accolto il reclamo dei cittadini e dei genitori di Taranto contro Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Oltre alla mancanza di tutele per le polveri sottili, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2025 non ha tenuto conto delle quantità di amianto, oltre duemila kg, ancora presenti nello stabilimento e non ancora rimosse.
Stop entro 90 giorni dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano (Sezione specializzata in materia di Impresa), che ha accolto il reclamo presentato da cittadini e genitori tarantini contro Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. L’azienda ora dovrà adeguarsi, avviando una bonifica completa e riducendo le emissioni al di sotto dei limiti di sicurezza, dal momento che per i giudici persiste il pericolo per la salute pubblica anche alla luce del “progressivo ammaloramento dello stabilimento“.
Nello specifico, è stata ravvisata la mancanza di tutele sulle polveri sottili PM10 e PM2,5 nell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2025. Ancora peggio, nella stessa AIA, secondo i giudici, non è stata minimamente tenuta in considerazione la presenza di amianto nello stabilimento di Taranto, nota da diversi anni e in netto contrasto con il principio di precauzione. In base al Decreto Ministeriale 278/2023, a sua volta basato su un rapporto dell’Ispra, l’azienda avrebbe dovuto smaltire l’amianto presente nell’impianto, ma lo avrebbe fatto solo in parte. A Taranto, infatti, sarebbero presenti oltre duemila chilogrammi di amianto non ancora rimossi.
Il termine di 90 giorni è previsto a partire dalla notifica dell’atto, non ancora avvenuta ma attesa nei prossimi giorni. Per l’ex Ilva, un altro duro colpo giudiziario che ne mette sempre più in dubbio il futuro, dopo che lo scorso 13 giugno la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso dell’azienda e confermato il sequestro dell’altoforno 1, che perdura dal maggio del 2025 in seguito ad un incendio. Se le associazioni di cittadini e ambientalisti tarantini esultano per la decisione della Corte d’Appello di Milano, il governo si ritrova a fare i conti con un nuovo ostacolo, proprio nel giorno in cui, in Consiglio dei ministri, era previsto lo studio e l’esame di un nuovo decreto non solo sul caro carburanti, ma anche sull’ex Ilva.
Le opposizioni tornano ad attaccare il governo, che dopo oltre quattro anni, diversi tentativi andati a vuoto e ingenti risorse spese, non è riuscito a risolvere il doppio problema dell’equilibrio tra salute e lavoro a Taranto. La decisione della Corte d’Appello di Milano rischia di porre una pietra tombale sull’ex Ilva, a meno di una improbabile rimozione completa dell’amianto e di un adeguamento del livello di emissioni di tutti gli inquinanti. Anche per questo, i sindacati chiedono di tutelare i lavoratori, nazionalizzando l’azienda e avviando percorsi di transizione ecologica verso una siderurgia più sostenibile. Ma anche questo, al momento, appare una missione impossibile. Quantomeno, nel breve e medio termine.


