Come fare scelte più consapevoli: dalle certificazioni tessili più affidabili ai consigli pratici per distinguere gli indumenti più inquinanti. La guida di Greenpeace “Oltre il fast fashion. Come vestirsi rispettando il pianeta”.
La velocità con cui l’industria del fast fashion produce indumenti comporta che sempre più vestiti vengano comprati e gettati altrettanto velocemente, creando così enormi quantità di rifiuti.
Ogni anno soltanto nell’Unione Europea vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature e l’80% di questi finisce in inceneritori o in discariche. Per rendere l’idea, ogni secondo nel mondo un camion di indumenti viene bruciato o mandato in discarica. Il 25% dei capi di abbigliamento prodotti in tutto il mondo rimane invenduto e meno dell’1% dei vecchi abiti viene usato per produrre
nuovi capi.
Cosa spinge le persone a comprare abiti fast fashion di brand come Shein, Temu, H&M e Zara? Sicuramente il prezzo. Ma a prezzi stracciati la qualità non può che essere bassa: più del 60% delle fibre tessili usate per confezionare questi vestiti sono ricavate da materiali sintetici
come il poliestere, un derivato dei combustibili fossili come il petrolio.
Nel rapporto “Taking the Shine off SHEIN: A business model based on hazardous chemicals and environmental destruction” diffuso dall’organizzazione ambientalista Greenpeace su 47 prodotti SHEIN acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera, “il 15% hanno fatto registrare, nelle analisi di laboratorio, quantità di sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli consentiti dalle leggi europee. In altri quindici prodotti (32%) le concentrazioni di queste sostanze si sono attestate a livelli preoccupanti, a dimostrazione del disinteresse di SHEIN nei confronti dei rischi ambientali e per la salute umana“, si legge nel rapporto. Questi prodotti sono da considerarsi illegali a tutti gli effetti.
Dietro ai prezzi irrisori del fast fashion e dell’ultra fast fashion si nasconde una produzione di massa dalle conseguenze non solo ambientali, ma anche sociali.
“Quasi 3.000 tra lavoratori e lavoratrici della filiera Indite (multinazionale spagnola che possiede e gestisce diversi marchi di moda del fast fashion, tra cui Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius) rischiano ancora il carcere solo per aver rivendicato salari dignitosi. È una brutale tattica intimidatoria. Inditex ha il potere di chiedere ai suoi fornitori di ritirare queste accuse infondate: il suo silenzio equivale a una complicità nella repressione di chi permette ai suoi profitti di esistere“, Bogu Gojdź, Clean Clothes Campaign.
“Siamo qui per chiedere un adeguamento dei salari e la fine dello sfruttamento dei lavoratori del tessile. Ci mobilitiamo per i lavoratori del Bangladesh denunciati dai fornitori di Zara per aver protestato contro lo sfruttamento lavorativo. La condizione di chi lavora in questo settore è al limite, con episodi di caporalato come quello denunciato tra i dipendenti di Loro Piana. Tutto questo deve finire”, Deborah Lucchetti, Campagna Abiti Puliti.
Come fare scelte più consapevoli? Dalle certificazioni tessili più affidabili ai consigli pratici per distinguere gli indumenti più inquinanti. Ecco cosa troviamo nella guida di Greenpeace “Oltre il fast fashion, come vestirsi rispettando il pianeta”.
“Oltre il fast fashion, come vestirsi rispettando il pianeta”
Nella guida di Greenpeace vengono date indicazioni su come riconoscere i capi “eco-friendly. Le fibre sintetiche (poliestere, nylon,
acrilico, ecc.) sono i materiali più usati dall’industria del fast fashion. Molti indumenti in poliestere, ad esempio, finiscono per accumularsi in enormi discariche a Sud del mondo. In alcuni casi, questi vestiti vengono bruciati per riscaldare l’acqua dei lavatoi esponendo le persone
a sostanze chimiche pericolose.
Le fibre di origine vegetale, invece, ricavate dalle piante (cotone, lino, juta, ecc.) e le fibre di origine animale (lana, seta,
ecc.), sono da preferire nella scelta di capi da indossare. Anche se “naturale”, si legge nella guida, non vuol dire necessariamente “virtuoso”. Il cotone convenzionale, ad esempio, ha un impatto ambientale elevato a causa del grande consumo di acqua e dell’uso di pesticidi e fertilizzanti. Ecco perchè è preferibile optare per il cotone biologico o riciclato.
Nel mondo della moda, le certificazioni tessili rappresentano uno strumento essenziale per distinguere i capi prodotti in modo etico e rispettoso dell’ambiente. Scegliere capi certificati da enti affidabili è il primo passo per fare acquisti responsabili.
Ad esempio, Global Organic Textile Standard (GOTS) è una delle certificazioni più complete che copre l’intera filiera tessile e include sia
criteri ambientali che sociali.
Oeko-Tex Made in Green è uno degli standard più rigorosi in termini di gestione delle sostanze chimiche nella produzione tessile.
Conoscere meglio come ogni tessuto viene prodotto, le materie prime che vengono usate e il relativo impatto ambientale è un primo passo importante per cominciare a fare acquisti più responsabili.
Firmando la petizione, ricevi la guida con i consigli per un abbigliamento eco-friendly di Greenpeace QUI
Africa invasa da abiti usati. Il report di Greenpeace
Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, il 65% dei quali è costituito da fibre sintetiche derivate dai combustibili fossili, mentre ogni secondo l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di vestiti viene bruciato, disperso nell’ambiente o avviato in discarica. Tra le principali destinazioni di questa tipologia di rifiuti c’è l’Africa, che nel 2019 ha ricevuto il 46% del tessile usato dall’Unione Europea: per la metà si tratta di indumenti di scarto che finiscono soltanto per inquinare l’ambiente. Sono alcuni dei dati riportati da “Draped in Injustice”, nuovo report di Greenpeace Africa che offre una panoramica sul commercio degli abiti di seconda mano, svelando gli impatti dei rifiuti tessili importati nel continente.
Tra i Paesi più impattati ci sono Angola, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Tunisia, Ghana e Benin che, complessivamente, nel 2022 hanno importato quasi 900 mila tonnellate di abiti usati. Soltanto il Kenya, nel 2021, aveva ricevuto 900 milioni di capi di seconda mano, principalmente da Europa e Regno Unito: il 50% di questi abiti, però, è risultato invendibile per la sua scarsa qualità o danneggiato, finendo in discariche come quella di Dandora, bruciando all’aperto o inquinando corsi d’acqua come il fiume Nairobi. Mentre in Uganda, che nel 2023 ha importato 100 mila tonnellate di abiti usati soprattutto da Cina, USA e Canada, si stima che ogni giorno fino a 48 tonnellate di capi diventino rifiuti tessili.


