I PFAS vengono usati in numerosi farmaci per migliorarne le prestazioni, ma secondo uno studio tedesco per 97 dei 111 principi attivi esistono già valide alternative.
I PFAS, i cosiddetti inquinanti eterni, si utilizzano anche nei farmaci per migliorarne le prestazioni. Alcuni, però, sono ritenuti rischiosi per la salute. A fare luce sulla pericolosità di certe molecole – e sui rischi associati alle alternative – è uno studio dell’Istituto farmaceutico dell’Università di Friburgo e dell’Agenzia nazionale tedesca per l’Ambiente.
I PFAS vengono impiegati in molti settori industriali, compreso quello farmaceutico dove alcune sostanze – come il fluoro – vengono inserite direttamente nella molecola del principio attivo perché posso aumentare l’assorbimento, l’efficacia e la durata di conservazione del farmaco.
Le sostanze fluorurate sono impiegate in antidepressivi, farmaci oncologici, corticosteroidi, ma anche per i rivestimenti delle compresse e negli imballaggi come siringhe, blister, inalatori e cateteri. Per i produttori, non ci sono alternative ai PFAS per l’utilizzo nei medicinali.
Secondo la ricerca tedesca, invece, per 97 dei 111 principi attivi farmaceutici – classificati come PFAS secondo l’attuale definizione OCSE – esistono già alternative valide. Sarebbero prodotti già presenti sul mercato o approvati in altri Paesi. Dallo studio, riferito alla Germania, risulta che sono stati approvati 70 principi attivi contenenti PFAS, per 61 dei quali ci sarebbero però delle alternative.
L’84% dei composti chimici utilizzati, inoltre, è costituito da potenziali precursori dell’acido trifluoroacetico/trifluoroacetato (TFA), un composto particolarmente persistente nell’ambiente. Di recente, l’Unione europea ha rivisto le norme sulle acque superficiali e sotterranee, con una stretta anche sui PFAS.
L’acido trifluoroacetico, come molti altri PFAS, è sempre più diffuso. Il composto a catena ultra-corta è stato ritrovato anche in alcuni marchi di acqua minerale.
Per Michael Müller, uno degli autori dello studio, l’utilità dei PFAS non è proporzionata ai rischi ambientali che comportano.
Sebbene i potenziali danni ambientali vengano documentati in fase di approvazione di nuovi farmaci per uso umano, il benessere del paziente ha la precedenza, come spiega Hannes Hönemann, portavoce di Pharma Deutschland, un’associazione di aziende globali e di medie dimensioni che producono principalmente farmaci (tra i membri ci sono AstraZeneca, Bayer e Boehringer Ingelheim) a tagesschau: “I rischi ambientali sono importanti, ma noi sosteniamo che il farmaco debba essere efficace prima di tutto”.
Le aziende stanno già studiando il problema, ma secondo Hönemann trovare attivi che sostituiscano i PFAS richiede tempo: “Sostituire e ridurre i PFAS è molto più difficile nel nostro contesto che eliminarli dallo shampoo per capelli”. A sostenere questa tesi c’è anche Daniela Gildemeister dell’Agenzia tedesca per l’Ambiente che ha contribuito alla ricerca, secondo cui l’industria farmaceutica non riceverebbe incentivi sufficienti affinché nella produzione di medicinali si tenga in considerazione la compatibilità ambientale.
Lo studio tedesco offre nuove possibilità, dimostrando che un’inversione di rotta è possibile. Tuttavia, gli autori sottolineano che i potenziali rischi di queste alternative necessitano comunque di ulteriori studi e che la scelta della terapia farmacologica migliore per il paziente spetta ai medici curanti.


