I PFAS hanno un impatto negativo anche sugli animali. Uno studio condotto in Australia ha dimostrato i danni causati dagli “inquinanti eterni” alle tartarughe d’acqua dolce.
Si trovano nelle acque e nei terreni di molte aree del mondo e restano nell’ambiente per molto tempo, per questo sono chiamati anche “inquinanti eterni”. I PFAS sono sostanze chimiche di sintesi ampiamente utilizzate nell’industria perché hanno caratteristiche molto utili e versatili. Sono idrorepellenti, oleorepellenti e resistono alle alte temperature.
Il loro utilizzo ha causato però una vera e propria emergenza sia sanitaria che ambientale. Queste molecole, infatti, oltre a contaminare gli ecosistemi si accumulano nell’organismo umano e sono correlate all’insorgenza di diverse patologie.
Negli anni gli studi sulla presenza degli inquinanti eterni nell’organismo umano sono aumentati sempre di più, ma la contaminazione da PFAS riguarda anche gli animali. Un team di scienziati ha misurato le concentrazioni di queste sostanze nella fauna selvatica australiana. In particolare nelle popolazioni di tartarughe d’acqua dolce (Emydura macquarii macquarii) nel Queensland.
Lo studio, realizzato dal CSIRO (Agenzia scientifica nazionale australiana) e dal DETSI (Dipartimento per l’ambiente, il turismo, la scienza e l’innovazione del Queensland) e pubblicato su Science Of The Total Environment, ha scoperto i cambiamenti biochimici causati dai PFAS nelle tartarughe adulte e nella loro prole, oltre che un calo nella popolazione.
Come spiegato dal dott. David Beale, ricercatore senior presso il CSIRO, nei siti con alte concentrazioni di inquinanti eterni sono stati osservati gravi effetti sulla salute degli animali selvatici.
Inquinamento da PFAS, nelle tartarughe alte concentrazioni e deformità
“L’esposizione ad alte concentrazioni di PFAS ha avuto un impatto sui processi metabolici essenziali nelle tartarughe campionate. Gli adulti avevano un alto potenziale di sviluppare la gotta, che è mortale nei rettili”, ha affermato il dott. Beale. “Abbiamo scoperto che le uova avevano rapporti alterati di minerali essenziali e le piccole tartarughe avevano un alto tasso di difetti nei loro gusci”.
Proprio come accade per gli esseri umani, anche le tartarughe hanno trasmesso le sostanze chimiche ai loro piccoli attraverso grassi e nutrienti. La maggior parte dell’accumulo di PFAS è stato trovato nelle ovaie delle femmine, anche se sono state rilevate concentrazioni anche in fegato, reni e cuore.
I piccoli di tartaruga sono nati con alti livelli di forever chemicals nel loro organismo e con un livello preoccupante di deformità, specialmente nelle squame.
Nei siti inquinati da PFAS gli scienziati non hanno trovato esemplari giovani. Ciò potrebbe essere dovuto alle deformità degli esemplari, che li rendono un facile bersaglio per i predatori, oppure ai problemi di salute correlati che portano a una morte prematura delle testuggini.
Nell’ambito della loro indagine, durata tre anni, i ricercatori hanno catturato, misurato, etichettato e rilasciato circa 350 tartarughe d’acqua dolce. “Sono state rilevate concentrazioni di PFAS fino a 30 volte superiori nel sangue e negli organi delle tartarughe provenienti dall’area altamente contaminata, rispetto ai siti di controllo in cui erano presenti bassi livelli di PFAS nell’acqua”, ha affermato la dott.ssa Suzanne Vardy, responsabile scientifica del DETSI.
I risultati evidenziano la necessità di azioni normative più forti contro la contaminazione da PFAS e i suoi effetti sulla fauna selvatica, in particolare l’inclusione dei rettili nelle valutazioni del rischio ecologico.
Inoltre, data la loro diffusione in Australia e in altri Paesi, questo rettile potrebbe essere un prezioso indicatore per approfondire la presenza e gli effetti degli inquinanti eterni negli ecosistemi acquatici.
PFAS, trovati anche nel petfood
La contaminazione non riguarda solo la fauna selvatica, a contatto con acqua e terreni più o meno inquinati. Uno studio ha lanciato l’allarme sulla presenza dei PFAS nel cibo destinato agli animali domestici. La ricerca del 2022 ha rilevato alte quantità di questi composti chimici all’interno dei sacchetti di varie marche di alimenti per animali domestici. Anche fido e micio, quindi, potrebbero venire a contatto con queste sostanze delle quali si stanno ancora studiando i possibili effetti sulla fauna.


