Greenpeace lancia l’allarme nel nuovo report “Every Breath You Take” sull’inquinamento dell’aria causato dalla plastica: “A Ginevra serve un trattato che riduca la produzione di plastica”.
L’inquinamento da plastica è un problema globale che non può più essere ignorato. Nel 2020, secondo l’ultimo report dell’OCSE, sono state prodotte 435 milioni di tonnellate di plastica, di cui solo il 6% proveniente da fonti riciclate. Si stima che ogni anno oltre 52 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscano disperse nell’ambiente, e una buona parte di queste finisce nei fiumi e poi in mare. Cifre che, senza azioni più incisive, sono destinate ad aumentare del 70% entro il 2040.
Tra gli impatti negativi della plastica sul nostro Pianeta non c’è solo l’inquinamento del suolo e dei mari, ma anche dell’aria. La produzione petrolchimica per la filiera della plastica espone al rischio di inquinamento atmosferico oltre 51 milioni di persone in 11 Paesi nel mondo. È quanto emerge dall’ultimo rapporto di Greenpeace International, pubblicato a pochi giorni dall’inizio dell’ultimo incontro intergovernativo dell’UNEP per delineare un Trattato globale sull’inquinamento da plastica, in programma a Ginevra dal 5 al 14 agosto.
L’analisi dell’Ong ambientalista, dal titolo Every Breath You Take, si focalizza sul livello intermedio della produzione di plastica, ovvero sugli impianti petrolchimici dove i combustibili fossili vengono trasformati nelle materie prime necessarie per il prodotto finito.
Gli stabilimenti presi in esame si trovano Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Corea del Sud, Canada, USA, Germania, Regno Unito, Svizzera e Paesi Bassi. Questi Stati sono stati selezionati e mappati da Greenpeace per l’elevato impatto ambientale legato alla produzione petrolchimica o alla gestione della plastica.
Secondo i dati del report, oltre 51 milioni di persone vivono entro 10 km dagli impianti legati alla produzione di plastica, 16 milioni entro 25 km, mentre aree residenziali si trovano entro 10 km dagli impianti di tutti i Paesi presi in esame. A presentare il numero più alto di persone che vivono a una distanza che comporta rischio elevato sono gli Stati Uniti, specialmente negli Stati del Texas e della Louisiana.
In percentuale, però, ad avere il numero più alto di abitanti esposti a un rischio elevato di emissioni inquinanti – comprese quelle di sostanze tossiche nell’aria – sono i Paesi Bassi, con 4,5 milioni di persone, oltre un cittadino su quattro. A seguire c’è la Svizzera, con il 10,9% della popolazione.
L’inquinamento da impianti petrolchimici è anche transfrontaliero: molte strutture, infatti, si trovano in zone di confine, impattando sulle comunità che vivono in Austria, Polonia, Singapore, Belgio, Francia e Germania.
Le emissioni inquinanti, secondo alcuni dei casi di studio documentati, incidono sulla salute delle comunità vicine agli impianti, dove si registra un numero sproporzionato di casi di cancro, malattie respiratorie e morti premature. Queste aree sono state etichettate dall’ONU come “zone di sacrificio”, ovvero territori in cui l’ambiente è stato compromesso da attività industriali o altre attività umane, con effetti negativi sulla salute e sul benessere delle persone che abitano quei luoghi. Durante la produzione delle materie prime, infatti, gli impianti petrolchimici emettono una serie di sostanze dannose nell’aria, tra cui composti organici volatili (COV), ossidi di azoto (NOₓ), ossidi di zolfo (SOₓ) e particolato (PM).
“Questo rapporto dimostra che la crisi della plastica è diventata una vera e propria emergenza sanitaria pubblica”, dichiara Chiara Campione, direttrice del Programma di Greenpeace Italia. “Il Trattato globale sulla plastica deve garantire un taglio di almeno il 75% della produzione di materie plastiche entro il 2040 se vogliamo ridurre le minacce crescenti per la salute umana e per il pianeta: le persone vengono avvelenate, perché le compagnie dei combustibili fossili e del settore petrolchimico possano continuare a produrre più plastica inutile. Senza un trattato che agisca sulla produzione, questa crisi non potrà che peggiorare”.
Oltre a dipingere un quadro decisamente preoccupante relativo alle aree geografiche analizzate, il report di Greenpeace avverte anche che l’industria pianifica di espandere la produzione globale di plastica fino al 2050. Una prospettiva che, se messa in atto, creerebbe ulteriori “zone di sacrificio”, rifiuti e prodotti monouso, andando ad alimentare la crisi climatica già in atto.
L’appello della Ong, dunque, è che venga delineato un Trattato globale ambizioso, che preveda una “drastica riduzione della plastica entro i prossimi 15 anni, per proteggere la salute delle persone, il clima e l’ambiente”.
Una richiesta che rispecchia anche quella del WWF, che ha recentemente sottolineato l’urgenza di adottare misure globali e vincolanti, utilizzando tutti gli strumenti procedurali disponibili, compresi il voto o la formazione di una coalizione di maggioranza, dato che la via del consenso unanime potrebbe rivelarsi un flop per il Trattato.


