Un rapporto della Commissione europea ha calcolato i costi della contaminazione da PFAS in Europa. Lo scenario più vantaggioso, sia in termini economici che ambientali, implicherebbe lo stop totale all’uso e alla produzione degli inquinanti eterni.
Quanto costa all’Europa l’inquinamento da PFAS? La Commissione europea ha pubblicato un lungo rapporto che stima i costi effettivi per la società della contaminazione da queste sostanze chimiche da qui al 2050. Il calcolo riguarda gli Stati parte dello Spazio economico europeo insieme a Islanda, Liechtenstein e Norvegia.
Dai risultati dello studio è emerso che la soluzione – sia dal punto di vista della salute dei cittadini, sia per il risparmio sui costi sanitari, ambientali e di bonifica – sarebbe la proibizione generalizzata dell’uso dei cosiddetti “inquinanti eterni”.
Una soluzione già suggerita da alcuni Paesi dell’Unione europea (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) nel 2023. Intanto, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha già vietato o ristretto l’uso di quattro composti PFAS considerati più nocivi (PFOA, PFOS, PFHXS e PFENA) e sta valutando la proposta di restrizione universale.
Inoltre, dal 12 gennaio è entrato in vigore in Europa l’obbligo per tutti gli Stati membri di monitorare la presenza degli inquinanti eterni nell’acqua potabile e di garantire il rispetto delle soglie limite, fissate a 0,5 nanogrammi per litro per la somma totale di PFAS e a 0,1 nanogrammi per litro per un gruppo di 20 PFAS considerati più rischiosi.
Lo studio pubblicato dalla Commissione europea esamina quattro diversi scenari che calcolano sia i costi sanitari che quelli relativi al disinquinamento (bonifica dei suoli, mantenimento entro i limiti previsti dei PFAS nelle acque potabili e di superficie, trattamento delle acque reflue. I costi sanitari però sono stati ampiamente sottostimati, perché calcolati solo in base ai quattro composti già proibiti in Ue.
Quanto emerge dal rapporto, il primo scenario mostra che se i livelli attuali di inquinamento in Europa dovessero restare tali – quindi senza alcun intervento normativo – i costi raggiungerebbero i 440 miliardi di euro fino al 2050. Nel secondo scenario la situazione sarebbe simile: se venisse applicata rigorosamente la normativa sull’acqua potabile il costo salirebbe a 450 miliardi di euro.
In questi due casi, inoltre, le emissioni di PFAS aumenterebbero di due volte e mezzo nel 2050 rispetto al 2020. A crescere sarebbe anche la percentuale di popolazione più a rischio di esposizione nelle aree di produzione, passando dal 14% del 2024 al 17% nel 2050.
Secondo il terzo scenario delineato dalla Commissione europea, se si applicassero i nuovi standard di qualità ambientale per le acque di superficie (l’ultima versione dovrebbe entrare in vigore entro il 2033), i costi aumenterebbero notevolmente, fino a toccare i 1.700 miliardi di euro. In questo caso, numeri così alti sarebbero dovuti soprattutto alle bonifiche e al trattamento continuo necessario per le acque reflue, senza però nessuna riduzione parallela delle emissioni di PFAS alla fonte.
A risultare molto più conveniente è il quarto scenario, ovvero lo stop totale alla produzione e all’uso di PFAS. In questo caso, il costo sarebbe di circa 330 miliardi di euro: circa 110 miliardi di euro in meno rispetto allo scenario 1, 120 miliardi in meno rispetto allo scenario 2, e ben 1.370 miliardi in meno rispetto allo scenario 3.
Smettere di produrre le sostanze per-e polifluoroalchiliche significherebbe ridurre le emissioni, che porterebbe a un calo progressivo dei costi sanitari, una riduzione dei costi causati dal degrado degli ecosistemi, mentre quelli relativi ai costi di bonifica non aumenterebbero più.
Questo studio contribuirà alla discussione dell’Ue relativa sui temi relativi ai PFAS, inclusi la bonifica, a riduzione delle emissioni alla fonte, il monitoraggio e le esigenze di ricerca.
“Fare chiarezza sui PFAS, vietandone l’uso da parte dei consumatori, è una priorità assoluta sia per i cittadini che per le imprese. Ecco perché per me è assolutamente prioritario lavorare su questo tema e coinvolgere tutte le parti interessate. I consumatori sono preoccupati, e giustamente. Questo studio sottolinea l’urgenza di agire”, ha dichiarato Jessica Roswall, Commissaria per l’ambiente, la resilienza idrica e un’economia competitiva.


