Rapporto Onu sui PFAS, stop all’utilizzo e alle “zone di sacrificio”

Rapporto Onu sui PFAS, stop all’utilizzo e alle “zone di sacrificio”

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Inquinamento da PFAS, un report dell’Onu chiede alle istituzioni di vietare i PFAS e di interrompere le violazioni dei diritti umani in atto nelle “zone di sacrificio”, in cui il profitto vince sulle conseguenze della contaminazione per ambiente e salute.

Non c’è spazio per l’immaginazione né per interpretazioni “soft” nelle raccomandazioni contenute nel rapporto del relatore speciale Onu sulle sostanze tossiche e i diritti umani.

Il documento, presentato da Marcos Orellana al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, chiede alle istituzioni di porre fine a quanto accade nelle “zone di sacrificio” e di vietare totalmente l’utilizzo dei PFAS, salvo usi essenziali. Il report fotografa la situazione attuale riguardo i cosiddetti inquinanti eterni e le loro conseguenze su ambiente e salute.

I PFAS e le conseguenze su ambiente e salute

I PFAS sono oltre 10mila sostanze chimiche di sintesi, ampiamente utilizzate nei processi industriali perché idrorepellenti, oleorepellenti e resistenti alle alte temperature. Sono usate in molti prodotti di consumo come indumenti impermeabili, prodotti per la pulizia, padelle in teflon e utensili per la cucina, imballaggi per alimenti.

Come sottolinea anche Orellana nel rapporto, queste molecole altamente persistenti “non hanno analoghi in natura” e una volta disperse “causano cambiamenti cumulativi e irreversibili nella composizione chimica della Terra”. Nel corso degli anni, i PFAS sono stati trovati ovunque: nell’acqua, nell’aria, nel terreno e persino nell’organismo umano.

Dalla placenta al latte materno, dal sangue ai reni, queste sostanze chimiche sono state classificate come interferenti endocrini e la loro presenza nel corpo umano è stata associata a possibili alterazioni della funzionalità di fegato e tiroide, compromissioni del sistema immunitario, rischi per la fertilità, aumento del rischio di cancro ai testicoli e ai reni e dei livelli di colesterolo.

“Zone di sacrificio”, la geografia della contaminazione

Il rapporto denuncia inoltre le violazioni dei diritti umani che si verificano nelle “zone di sacrificio”, punti contaminati che spesso corrispondono ad aree già a rischio. L’inquinamento, infatti, segue geografie esistenti di emarginazione e potere, collocando impianti industriali, installazioni militari o siti di smaltimento rifiuti in zone specifiche.

Le comunità già vulnerabili a causa di povertà, discriminazione razziale o emarginazione sono spesso collocate vicino alle fonti di PFAS, “ricevono informazioni scarse o nulle e sono costretti a farsi carico di una quota sproporzionata degli oneri sanitari e psicosociali”, si legge nel documento “Forever chemicals and human rights”.

Tra le aree citate nel rapporto ci sono i tessuti esportati dal Bangladesh, che superano i limiti sugli inquinanti fissati dall’Unione europea, i popcorn prodotti negli Stati Uniti con PFAS tossici ed esportati in Indonesia, ma anche il trasferimento di tecnologie altamente inquinanti verso i paesi in via di sviluppo.

È il caso dell’impianto Miteni che in Veneto è stato responsabile della contaminazione da PFAS di acque sotterranee e potabili per anni. L’azienda è stata chiusa nel 2018 dopo la scoperta del disastro ambientale che ha coinvolto circa 350mila residenti tra le province di Padova, Verona e Vicenza, ma i suoi impianti continuano a funzionare, seppur a migliaia di chilometri di distanza.

Qualche anno dopo, infatti, i macchinari dell’ex polo chimico di Trissino, in provincia di Vicenza, sono stati acquisiti e utilizzati nello stabilimento dell’azienda Laxmi Organic Industries, situato tra villaggi e boschi nella zona industriale Lote Parshuram MIDC, nello stato del Maharastra, in India.

Sulle responsabilità dell’inquinamento e delle conseguenze sulla salute umana, Orellana è molto chiaro: “Spesso le aziende sono a conoscenza dei potenziali danni ma omettono di divulgarli, fuorviando invece l’opinione pubblica e le autorità di regolamentazione attraverso la disinformazione sui rischi dei PFAS. Già negli anni ’50, i produttori avevano condotto studi che dimostravano come i PFAS potessero comportare rischi per la salute. Tuttavia, tali produttori non hanno reso noti questi studi al pubblico, alle autorità di regolamentazione o ai lavoratori”.

L’allarme lanciato dal report si accompagna alla richiesta di trattare i PFAS come un’unica classe chimica e di vietarne gli usi non essenziali a livello globale, ponendo fine alle violazioni in atto nelle “zone di sacrificio” attraverso monitoraggi e bonifiche. Secondo l’analisi, inoltre, è necessario garantire l’accesso alla giustizia e ai risarcimenti, oltre ad avviare i negoziati per un trattato internazionale vincolante sui PFAS, applicare il principio “chi inquina paga” e rendere obbligatoria l’etichettatura dei prodotti.

Cristina Guarda (AvS): “Rapporto Onu conferma violazione dei diritti umani. Serve ban totale”

L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda, che da anni si occupa di inquinamento da PFAS, ha commentato così il report di Marcos Orellana: “Il dossier del Relatore Speciale ONU Marcos Orellana lo mette nero su bianco: l’inquinamento da PFAS non è solo un’emergenza ecologica o sanitaria, ma una sistematica e gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. Aree come il Veneto centrale e Alessandria sono state trasformate in vere e proprie ‘zone di sacrificio’, dove la salute delle persone e il futuro delle prossime generazioni sono stati barattati in nome del profitto industriale. È un’asimmetria intollerabile tra chi incassa i guadagni e chi paga le conseguenze con la propria vita”.

Anche Guarda ha poi ribadito la necessità di negoziati per un Trattato globale vincolante che vieti i PFAS: “L’Unione Europea fermi i tentativi di annacquamento normativo, applichi rigorosamente il principio ‘chi inquina paga’ e tuteli chi difende i territori. Non c’è più tempo da perdere: ogni giorno di inazione politica è un giorno in più di diritti calpestati”.

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