L’azienda chimica Miteni sapeva dell’inquinamento da PFAS da anni, ma non ha mai fermato la produzione delle sostanze chimiche. Sono oltre 2000 le pagine di motivazioni con cui la Corte di Assise di Vicenza ha condannato 11 dei 15 ex manager dello stabilimento di Trissino a 141 anni di carcere.
La Miteni sapeva che stava inquinando, eppure ha continuato per anni a produrre – e sversare nell’ambiente – PFAS. Il silenzio dell’azienda chimica di Trissino, in provincia di Vicenza, è uno dei nodi centrali delle motivazioni della sentenza della Corte di Assise di Vicenza che lo scorso giugno, ha condannato 11 dei 15 ex manager dell’ex fabbrica e delle multinazionali Icig e Mitsubishi a 141 anni di carcere per aver inquinato le provincie di Vicenza, Padova e Verona.
Il rilascio dei cosiddetti “inquinanti eterni” nei terreni e nelle falde acquifere ha toccato 350mila cittadini.
Il processo, come riferiscono Il Giornale di Vicenza e Il Corriere del Veneto, era durato 4 anni. Ben 134 udienze e la ricostruzione della procura con i pubblici ministeri Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner che hanno portato la Corte al verdetto, le cui motivazioni sono riassunte nelle 2.062 pagine depositate lo scorso 17 dicembre. Il documento è a disposizione degli avvocati della difesa che dovranno decidere se procedere contro il ricorso in Corte d’Appello.
Secondo i giudici, la Miteni sapeva di inquinare e ha continuato a farlo per scopi economici, senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica.
Il caso è scoppiato nel 2013, quando la Regione Veneto venne informata dall’Arpav della presenza di PFAS in concentrazioni “preoccupanti” nelle acque potabili di alcuni Comuni, elemento che ha portato alla battaglia di associazioni e movimenti ambientalisti, in particolare delle “Mamme no PFAS”. L’azienda però, secondo la Corte, sapeva dell’inquinamento almeno dal 2009, periodo in cui i PFAS non erano ancora normati.
“Il diritto ambientale della prevenzione della tutela – si legge nel documento redatto dai giudici – non si esaurisce con la disciplina sulle bonifiche, ma è molto più articolato e completo, in quanto per le sostanze non normate vieta tassativamente la loro immissione significativa e misurabile nell’ambiente dove prima queste non c’erano e ne impone la drastica e totale rimozione”.
L’azienda chimica avrebbe potuto sospendere la produzione in base al principio di precauzione, al fine di evitare un peggioramento della contaminazione, ma ciò non avvenne. Inoltre, per la giuria popolare, molte informazioni vennero “occultate” dagli imputati, che ne fornirono solo alcune ad inquirenti ed enti di controllo. Non intervenire per la messa in sicurezza del polo industriale ha portato a Miteni un risparmio significativo, un altro elemento che ha rafforzato la gravità dei comportamenti contestati all’azienda.
La sentenza dello scorso giugno ha stabilito risarcimenti per oltre 300 parti civili, fra privati ed enti pubblici, riconoscendo al Ministero dell’Ambiente 58 milioni di euro, alla Regione Veneto oltre 6,5 milioni di euro a titolo di danno patrimoniale e all’agenzia per l’ambiente Arpav 800 mila euro. Ai comuni di Agugliaro, Lonigo e Trissino sono stati riconosciuti risarcimenti dai 50 mila agli 80 mila euro, mentre per le singole persone – specialmente le “Mamme no PFAS” – i risarcimenti vanno dai 15 ai 20 mila euro.


