A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si terrà un vertice internazionale dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili. Merito dell’iniziativa del governo colombiano e di quello olandese: altre delegazioni governative, ma soprattutto una grandissima partecipazione dal basso, proveranno a definire un’uscita rapida ed equa dalle fonti fossili. Tra i protagonisti italiani, ci sarà anche GEA – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale.
Un vertice internazionale dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili. Si terrà dal 24 al 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, grazie all’iniziativa del governo colombiano e di quello olandese, alla luce del fallimento della scorsa COP30 in Brasile e del brusco ridimensionamento dell’azione climatica a livello globale. Un appuntamento molto significativo soprattutto perché i suoi protagonisti sono le realtà dal basso, nonostante l’appoggio, a parole, di vari governi da tutto il mondo. Ong e associazioni saranno al centro dei dibattiti per raggiungere l’obiettivo di una uscita rapida, giusta ed equa da un’economia di guerra basata sui combustibili fossili che ormai la fa da padrona a livello globale.
Arrivare ad un Trattato per l’abbandono dei fossili è possibile solo rimettendo al centro la giustizia sociale e climatica, in un momento in cui le politiche energetiche mondiali continuano a perseverare negli errori del passato, arricchendo i pochi a danno di tutti e contribuendo alle logiche del riarmo e della legge del più forte. La spinta dal basso, quindi, è l’ultima, essenziale speranza per un vero cambiamento rispetto ad un futuro sempre più cupo e pericoloso per la specie umana.
“Chiediamo in primis di fermare nuove esplorazioni per la ricerca petrolio, gas e carbone. Poi stop immediato ai finanziamenti pubblici e privati a tutta la filiera delle energie fossili. Questo percorso apre un livello di interlocuzione, di dialogo, di costruzione e di proposte concrete che entrano molto nel dettaglio. Ne sono state individuate oltre 300 dai due gruppi di lavoro di movimenti sociali e organizzazioni non governative che mettono al centro il superamento di questo sistema economico che produce morte, distruzione e sfruttamento, all’interno di una modalità di cooperazione tra il basso e l’alto, tra il basso allargando sempre di più e tenendo in maniera trasversale, insieme, i diversi temi emersi” – ha spiegato Elisa Sermarini di GEA – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale – “La crisi è strutturale e sistemica e strutturale e sistemica deve essere la soluzione. Dobbiamo dire con grande sincerità che l’ascolto ricevuto in questi mesi dal governo colombiano è stato inedito. Ha messo a disposizione di questo percorso moltissimi spazi di interlocuzione e scambio, ascoltando e leggendo tutti i nostri documenti e dedicando delle riunioni specifiche al confronto su questi testi“.
“Nell’ambito della conferenza, saranno due i giorni dedicati al segmento di alto livello, dove anche i rappresentanti dei movimenti sociali e delle ong saranno ascoltati in quella sessione. Non ci aspettiamo, ma sappiamo, che ci sarà ascolto e accoglienza. Sappiamo però anche che l’ascolto non basta e bisogna passare ad azioni concrete, in maniera rapida e condivisa” – ha aggiunto Elisa Sermarini – “Abbiamo letto stamattina l’elenco delle presenze alla due giorni governativa. Speriamo che tutti i governi che parteciperanno saranno in grado di tradurlo in azioni concrete, noi faremo la nostra parte“.
“Dal 1971 sappiamo che il nostro modello è insostenibile e contrae un deficit ecologico con la Terra, da cui deriva l’Overshoot Day. Sappiamo anche che la crisi energetica, provocata dal fatto che continuiamo a estrarre e bruciare combustibili fossili, oggi non è solo una questione socio-ambientale, ma è strettamente legata alle guerre. Le guerre si combattono per controllare le risorse energetiche e per continuare a tenere in piedi un modello industriale insostenibile, che poi ha bisogno delle armi per estrarre altre fossili. Capite che questa spirale ci porta all’estinzione” – il punto di Giuseppe De Marzo, economista e giornalista – “Noi dobbiamo lasciare il 60% del petrolio e del gas sottoterra se non vogliamo distruggere l’umanità rendendo inospitale il clima, perché il Pianeta troverà un’altra forma di equilibrio. Vediamo già che gli eventi meteo estremi sono aumentati di dieci volte. Non si può, evidentemente. Abbiamo sei dei nove tipping points e planetary boundaries, limiti che non dobbiamo sorpassare, che questo modello legato ai fossili continua invece a superare. Per cui l’esigenza di uscire dall’era dei fossili è una esigenza antica, ed un bisogno e un’urgenza ancora più pressanti durante le guerre degli ultimi due anni, con la geopolitica dell’aggressione dei governi statunitense ed israeliano“.
“Nel settembre 2020, a New York, durante la Climate Week, più di 100 tra scienziati e premi Nobel lanciarono l’idea di un trattato di non proliferazione per i fossili, sul modello di quello elaborato e firmato 50 anni fa per il nucleare. Gas, carbone e petrolio non possono più essere estratti e bruciati se non vogliamo finire male, ancora di più perché legato alle guerre. Questa azione fu poi bloccata dal Covid e rallentata dalle guerre, ma davanti al fallimento della COP30 di Belém nel novembre 2025, e di tutte le altre Conferenze sul clima precedenti, con gigatonnellate di emissioni che aumentano, con il Fondo verde per i Paesi del Sud del mondo che manca, con la mancanza di cooperazione, con Trump all’Onu che dice che parlare di rinnovabili è da deficienti e che la crisi climatica non esiste, una COP che ha lasciato l’umanità in grossa difficoltà, il presidente colombiano Petro e quello olandese hanno deciso di riprendere questa campagna legata al trattato, invitando tutta l’umanità ad un confronto” – ha aggiunto Giuseppe De Marzo – “Per la prima volta, 50 governi, centinaia di realtà sociali, migliaia di ong e tanti premi Nobel si ritroveranno insieme a discutere come pianificare, in modo equo, distribuito e con la fiscalità generale, il superamento di un modello economico e industriale, ripensando domanda e offerta, ripensando la cooperazione internazionale. Possiamo scegliere se il 2026 verrà ricordato come l’anno in cui una oligarchia di banditi e di criminali ha decretato la fine della cooperazione internazionale e del multilateralismo, oppure l’anno in cui l’umanità, a partire da Santa Marta, ha deciso di costruire un percorso e un cammino che ci proiettassero oltre l’era dei fossili per la pace e la giustizia“.
“Le speranze oggi vengono solo dal basso, non c’è da aspettarsi nulla dall’alto. l governi sono tutti prigionieri di ciò che io chiamo il complesso militare industriale di questo mondo, per cui è inutile che ci illudiamo: se vogliamo salvarci, toccherà partire dal basso e cominciare davvero a fare il diavolo a quattro” – il commento di padre Alex Zanotelli, sacerdote comboniano – “Io sono uno di quelli, soprattutto lo dico come cristiano e come seguace di Gesù di Nazareth, che chiede, in un momento così grave come questo, la capacità di fare ciò che fanno gli attivisti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion. Anche la disobbedienza civile, dobbiamo cominciare a mobilitarci dal basso, perché la situazione a livello climatico è davvero gravissima, e rischiamo davvero di andare dritti verso estati incandescenti. Tutto questo è assurdo, non lo possiamo accettare in coscienza“.
“Stiamo vivendo un momento molto delicato per il futuro dell’umanità e del Pianeta. Purtroppo le destre globali, guidate da Trump ma con i loro adepti in Europa, a partire anche da Giorgia Meloni, stanno di fatto sostenendo un modello economico basato sulla dipendenza dal petrolio, che porta solo guerre su guerre. A questo modello dobbiamo ribellarci, perché è un modello che non crea benessere, ma porta guerre” – ha spiegato Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra – “Di questo, il governo di Giorgia Meloni ha una grande responsabilità, perché ha sempre parlato di ambientalismo pragmatico e abbiamo capito che questo ambientalismo pragmatico è far fare la politica estera all’ENI, far sfruttare sempre di più il gas, far pagare sempre di più l’energia agli italiani e purtroppo, di conseguenza, che ne voglia lei, anche ad essere responsabili di queste infami politiche di guerra“.


