Dagli armadi stracolmi di vestiti ai ripostigli pieni di mobili. Quali sono i paesi europei che stanno sprofondando nel disordine domestico?

Troppi vestiti negli armadi, la classifica dei Paesi che ne accumulono di più

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Dagli armadi stracolmi di vestiti ai ripostigli pieni di mobili. Quali sono i paesi europei che stanno sprofondando nel disordine domestico?

A rivelarlo è uno studio condotto da BOXIE24 che ha analizzato il denaro speso per gli oggetti che occupano più spazio. Nella classifica ad occupare il pirmo posto c’è la Svezia, con un punteggio di 98,65 Clutter Score, un risultato per la maggior parte legato alla spesa per i mobili (5,5 %) e per l’abbigliamento.

I Paesi Bassi sono al secondo posto, con la quota più alta per articoli ingombranti (17,2%), in particolare mobili (6,5 %) e articoli ricreativi (1,1 %). Seguono Germania e Austria, al terzo e quarto posto, ossessionate dai mobili e dalla manutenzione della casa, con punteggi di spesa rispettivamente del 6,4 %e del 5%. Mentre la quinta posizione spetta all’Italia, con la percentuale maggiore su abiti e calzature (5%).

L’abbigliamento resta un fattore chiave del disordine nei principali paesi europei, a dimostrazione del fatto che la moda non è più soltanto un mezzo di espressione personale ma il motore di un consumismo globale. Soddisfare un bisogno che sembra non essere mai realmente appagato, indossare l’ultimo capo di tendenza per spingere al consumo mostrando come l’industria della moda sia diventata un simbolo del capitalismo sfrenato.

Fast fashion, ecco come questo modello incoraggia il consumismo

La dipendenza da shopping compulsivo è incoraggiata dal modello del fast fashion, la moda veloce, che induce i consumatori ad acquistare costantemente, con tecniche manipolative e pubblicità mirata da parte delle aziende, alimentando un sistema che nuoce gravemente alla salute del nostro pianeta.

Il documentario “Buy Now! The Shopping Conspiracy”, scritto e diretto da Nic Stacey e distribuito su Netflix, svela il mondo dietro le quinte di grandi brand influenti, denunciando l’impatto ambientale e umano delle pratiche subdole del fast fashion, aprendo gli occhi su cosa noi consumatori possiamo fare. Produttori e rivenditori dovrebbero smettere di buttare o bruciare le loro eccedenze. I vestiti nuovi  dovrebbero essere tenuti sugli scaffali più a lungo, venduti a negozi outlet o negozi dell’usato, donati, riutilizzati in altri prodotti o riciclati in nuovi indumenti.

In tutto il mondo, l‘equivalente di un camion pieno di vestiti viene inviato in discarica o inceneritore ogni secondo e il 30% di tutti i vestiti realizzati nel mondo non vengano mai venduti o indossati.

Dove finiscono poi i nostri abiti usati? In Ghana. Dal 2023 è la discarica di vestiti più grande al mondo: ne arrivano 15 milioni ogni settimana. Ve lo raccontiamo in questo magazine di TeleAmbiente.

Vestiti di medio-bassa fattura  si acquistano a prezzi contenuti nei negozi di grandi brand come Benetton, H&M, Zara, Temu, Mango, Napapirji, OVS, Original Marines, Pull & Bear, River Island, Shein, Uniqlo.

Shein con i suoi vestiti super economici e alla moda è diventata uno dei più grandi rivenditori di abiti al mondo. A pagare il prezzo di questo successo sono i lavoratori del brand, come dimostra un’indagine condotta dall’organizzazione svizzera Public Eye all’interno degli impianti di produzione dell’azienda situati a ovest del villaggio di Nancun, nell’area di Guangzhou, nel sud della Cina. Ci sono operai che cuciono vestiti anche per più di dodici ore al giorno, per sei o sette giorni a settimana, e solo un giorno libero al mese.

Sempre Shein, nelle scorse settimane, è stata multata per un milione di euro in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), per aver utilizzato una strategia di comunicazione ingannevole riguardo all’impatto ambientale di alcune sue linee di abbigliamento, con claim ambientali nelle sezioni #Sheintheknow, “evoluShein” e “Responsabilità sociale”, in alcuni casi vaghi, generici e/o eccessivamente enfatici, in altri casi omissivi e ingannevoli.

Come consumatori, possiamo usare il nostro potere per chiedere a queste aziende di cambiare, riducendo il nostro disordine e, soprattutto, il nostro impatto ambientale.

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