Cresce nel mondo l’intolleranza verso i vegani. Il semiologo Martinelli: “Ecco la ricetta per sconfiggere la vegafobia”.
“Vegafobia”, cioè, paura dei vegani. Ogni giorno le persone che non mangiano carne e pesce – in una parola, animali, cioè esseri senzienti – subiscono battutine sarcastiche, derisioni inaccettabili e offese avvilenti. Un fenomeno intollerabile soprattutto per una società solita definirsi inclusiva. Ma perché preferire le polpette di ceci alle bistecche di maiale ai ferri equivale a essere etichettati come fanatici, moralisti e radical chic? A rispondere a questa domanda è il libro “Anche Hitler era vegano. Demagogia e stereotipi della vegafobia” (Mimesis) del Professore Ordinario di Storia e Teoria delle Arti presso la Kaunas University of Technology, in Lituania, Dario Martinelli.
“Che cosa è la “vegafobia”? Il termine greco “φόβος”, cioè “fòbos”, significa “paura”, “repulsione”, “rigetto”, mentre “vega” si riferisce al veganismo o al vegetarismo. Quindi, con “vegafobia” si intende ogni forma di discriminazione verso persone vegane o vegetariane, da una semplice battuta a episodi di violenza in famiglia, tra amici o al lavoro. La responsabilità è sempre abbastanza marcata. Uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia, Antonio Gramsci, parlava di cultura egemonica. Oggi più che mai, i media tendono a riflettere il discorso dominante, quindi, nonostante le credenze dei “vegafobici”, vegani e vegetariani rappresentano tra il 3% e il 5% della popolazione globale. Una minoranza molto significativa in contrasto, però, a una maggioranza solita consumare carne e pesce“, sottolinea a TeleAmbiente il semiologo.
Necessaria, oggi più che mai, dunque, una piccola ma efficace rivoluzione culturale per sconfiggere la paura dei vegani, attraverso una comunicazione meno aggressiva anche da parte di alcuni attivisti per i diritti degli animali.
“C’è bisogno di molta informazione corretta sul tema. Fondamentale non basarsi su opinioni personali o sul sentito dire, bensì, su dati scientifici. Importante, inoltre, un dialogo più pacato e meno colpevolizzante tra vegani e non vegani per trovare il meglio non solo per noi stessi, ma anche per il pianeta Terra“, conclude Dario Martinelli.


