Dal Giappone arriva una plastica che si scioglie in mare in poche ore

Dal Giappone arriva una plastica che si scioglie in mare in poche ore

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In Giappone è stata sviluppata una plastica che si scioglie in mare in poche ore, senza lasciare tracce.

La plastica è ovunque: ogni anno ne finiscono in mare 11 milioni di tonnellate.  Lì, si scompongono in microplastiche danneggiando l’ecosistema marino.

Un problema globale che i leader del mondo stanno cercando di risolvere attraverso la definizione di un Trattato globale contro l’inquinamento da plastica che regoli tutto il ciclo di vita del materiale, dalla produzione allo smaltimento.

In attesa che si arrivi a un accordo, la scienza continua a studiare soluzioni alternative per mitigare gli effetti di questo materiale sull’ambiente. Come la plastica che si scioglie in mare in poche ore sviluppata da un team di scienziati giapponesi. Secondo i ricercatori del Riken Center for Emergent Matter Science e dell’Università di Tokyo, il nuovo materiale si decompone molto più rapidamente di ogni altra plastica biodegradabile senza lasciare tracce residue.

Il team di scienziati ha dimostrato come un piccolo pezzetto potesse scomparire nell’acqua salata dopo essere stato agitato nel liquido per circa un’ora. I componenti della nuova plastica, inoltre, possono poi essere elaborati dai batteri presenti in natura, evitando la generazione di microplastiche che possono danneggiare la vita acquatica e contaminare la catena alimentare.

Ma non è solo il mare a poter scomporre questo nuovo materiale. Anche il terreno contiene sale ed è quindi in grado di scomporre la plastica, sebbene in tempi maggiori.

Tra i possibili impieghi, sebbene non ci siano ancora piani dettagliati per la commercializzazione della nuova plastica biodegradabile, c’è quello del packaging.

Quella dell’inquinamento da plastica è una vera e propria corsa contro il tempo: secondo le previsioni del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) entro il 2040 la quantità negli oceani del mondo triplicherà, arrivando fino a 37 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Entro il 2050, invece, si stima che nei mari ci sarà più plastica che pesci.

I bambini non possono scegliere il pianeta su cui vivranno. È nostro dovere, come scienziati, garantire loro il miglior ambiente possibile”, ha affermato Tazuko Aida, responsabile del progetto.

 

Studi come questo dimostrano come la scienza possa fornire delle alternative a uno dei materiali più inquinanti presenti sul Pianeta. Come sottolineato anche da Aida, sono governi, industrie e ricercatori a dover agire con decisione per guidare il cambiamento. “Senza misure più incisive, la produzione mondiale di plastica – e le relative emissioni di carbonio – potrebbero più che raddoppiare entro il 2050. Con infrastrutture e linee di produzione consolidate, è estremamente difficile per l’industria della plastica cambiare“, ha spiegato il responsabile del progetto.

 

Un appello che si unisce alle numerose voci della comunità scientifica che da anni ribadiscono quanto l’inquinamento da plastica rappresenti un’emergenza globale per ambiente e salute. Uno studio condotto dallo Stockholm Resilience Centre ha analizzato la letteratura scientifica sull’argomento, dimostrando come le materie plastiche abbiano numerosi effetti dannosi non solo quando diventano rifiuti, ma lungo tutto il loro ciclo di vita. L’impatto della plastica, infatti, si estende al clima, alla perdita di biodiversità, all’acidificazione degli oceani, all’uso dell’acqua dolce, alterando i processi dell’intero sistema Terra.

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