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Venezuela, bufera sulle parole di Gilberto Pichetto

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Il ministro dell’Ambiente, dopo l’attacco degli Stati Uniti, aveva dichiarato: “L’Italia ha l’opportunità di spingere sulla sua produzione nazionale di gas e petrolio e diventare un hub del Mediterraneo”.

Dopo l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, e l’arresto di Nicolás Maduro, il Paese sudamericano, ricchissimo di giacimenti petroliferi, si trova ora costretto a vivere una fase di profonda trasformazione politica. L’oro nero venezuelano, tanto ambito da Donald Trump, può bastare a rivoluzionare anche i rapporti di forza e quelli commerciali tra le varie potenze globali. E l’Italia, allineata all’alleato statunitense, guarda con interesse a cosa sta accadendo. Lo ha confermato, anche abbastanza esplicitamente, anche Gilberto Pichetto Fratin, ma le parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica hanno scatenato feroci polemiche.

I giacimenti petroliferi sono stimati in 300 miliardi di barili, un quantitativo che per l’Italia rappresenterebbe mille anni di sopravvivenza. Una risorsa enorme, utilizzata finora da Maduro per esercitare il proprio sistema di potere, la propria dittatura. Ma era anche l’ancoraggio di alleanza con Cina e Russia, in questo momento si sta creando un nuovo equilibrio mondiale, politico ma di fatto anche economico. Poi la lettura la daremo più avanti. Si è certamente spezzata una forte influenza russo-cinese” – aveva spiegato Gilberto Pichetto in un’intervista a Il Messaggero – “L’Europa sta manifestando una debolezza di posizione, resta sempre la somma di 27 Paesi con la loro autonomia e una politica estera differenziata. Come Italia, osserviamo e valutiamo. Se valgono le regole del mercato, si apre uno spazio di disponibilità del petrolio incrementale, questo non può che essere positivo per i prezzi. I giacimenti venezuelani sono enormi come disponibilità, ma non come capacità di produzione, servono investimenti e infrastrutture“.

Fin qui, un’analisi lucida e disinteressata (ma non troppo). Gilberto Pichetto, però, vede nella crisi venezuelana un’opportunità per la strategia energetica italiana: “L’Italia può spingere sulla sua produzione nazionale di gas e petrolio per aiutare ancora le imprese e può accelerare nella costruzione del ruolo di hub del Mediterraneo“. Nell’intervista, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica aggiunge: “Abbiamo già incrementato la produzione nazionale di gas e ci sono le condizioni per un’ulteriore spinta, stiamo rilasciando nuove concessioni ma tra ricerca, perforazione ed estrazione, passano anche anni. Possiamo aumentare la produzione di petrolio e gas, stiamo operando in questa direzione e l’auspicio è di accelerare. Il rinforzo del Gas Release, che consente prezzi calmierati per le imprese, è molto legato proprio a nuove concessioni e al modello di autorizzazione unica. Ci sarà una procedura superagevolata. Gli investimenti però dipendono anche dai prezzi dei mercati internazionali“.

L’Italia può essere protagonista come hub energetico per tutta l’Unione europea, ma per essere un grande centro di smistamento ci sono grandi opere da fare e si doseranno sulla domanda di gas in Europa. Dunque, dipende anche dalle scelte Ue, a partire da quelle della Germania, ora in difficoltà. Ricordo che ha grandi disponibilità di bilancio ma ci ha chiesto lei di fare asse sul corridoio dell’idrogeno” – ha poi aggiunto Gilberto Pichetto – “Al momento, stiamo lavorando anche sul Dl Energia, la valutazione è soprattutto economica per mantenere competitivo il nostro sistema produttivo. Ricordo che la Francia è la terra del nucleare, mentre la Spagna ha sia il nucleare che il fotovoltaico, per questo hanno prezzi molto bassi. La Germania, più simile a noi, ha messo 6,5 miliardi per l’energia e questo rischia di portare il sistema produttivo italiano fuori dalla competizione. Quindi dobbiamo intervenire“.

Il ministro dell’Ambiente è intervenuto anche a proposito della strategia di mantenere in ‘riserva fredda’ le centrali a carbone di Enel a Brindisi e Civitavecchia: “Sono state utili nell’emergenza, tra il 2022 e il 2023. Mantenerle ferme in sicurezza vuol dire prevenire emergenze energetiche future, anche perché siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia. Le uniche energie rinnovabili davvero nazionali sono il geotermico e l’idroelettrico, che al massimo possono costituire il 20% del nostro fabbisogno energetico. Ricordiamo che l’Italia non produce tutto ciò che consuma, deve importare il 15-20% e quindi dobbiamo stare all’erta. Basta un incidente o un blocco per manutenzione nei giacimenti di Algeria o Azerbaigian per metterci in grosse difficoltà. Dobbiamo trovare una soluzione perché il governo possa sostenere l’apertura delle centrali secondi i paletti Ue sugli aiuti di Stato, in questo caso non possiamo utilizzare il capacity market e dobbiamo trovare la soluzione giuridica migliore“.

Le dichiarazioni di Gilberto Pichetto hanno trovato una ferma critica in un suo predecessore: Sergio Costa, già ministro dell’Ambiente, oggi deputato del Movimento 5 Stelle e vicepresidente della Camera. “Il ministro ha annunciato procedure semplificate per le trivellazioni e ha rilanciato l’estrazione nazionale. È il contrario esatto di quanto previsto dal Pniec, dal PiTESAI e dagli impegni di decarbonizzazione sottoscritti dall’Italia. Presenterò un’interrogazione parlamentare per chiedere conto al governo di questa inversione a U rispetto alla transizione energetica. Non c’è alcun nesso tra l’aggressione di Trump al Venezuela con il rilancio delle trivellazioni in Italia, così come non c’è coerenza con gli impegni cliimatici. Ciò che emerge con chiarezza è una linea politica: tornare ai combustibili fossili con meno controlli, meno vincoli ambientali, meno trasparenza” – l’affondo di Costa – “Ci sono atti vincolanti come il Pniec, che prevede la riduzione delle emissioni, il PiTESAI, che limita le nuove concessioni per le estrazioni, ci sono accordi vincolanti sulla decarbonizzazione. Le parole del ministro sono un cambio di strategia che contraddice gli impegni formali dello Stato italiano e le trivellazioni in Italia non garantiscono l’indipendenza energetica, producono quantità marginali rispetto al fabbisogno nazionale e comportano rischi ambientali concreti“.

Rilanciare l’estrazione fossile mentre il mondo accelera sulle rinnovabili è una scelta miope, che condanna il Paese a rincorrere un modello energetico obsoleto” – ha poi aggiunto il vicepresidente della Camera dei deputati – “Al ministro Pichetto chiederò di chiarire in Parlamento: intende rispettare gli impegni sottoscritti e vincolanti del Pniec o del PiTESAI, o intende smontarli con procedure semplificate? Quali garanzie offre ai territori? Su quale base scientifica ed economica sostiene che l’Italia possa competere come hub del gas in un contesto di decarbonizzazione europea?“.

All’affondo di Sergio Costa ha poi replicato un altro deputato, Luca Squeri, collega di Pichetto in Forza Italia. “L’impegno del ministro Pichetto è sempre stato improntato verso una transizione sostenibile e non ideologica, come quella che abbiamo avuto in eredità in Italia a in Europa. Ricordo, a chi muove critiche ideologiche al ministro, che solo grazie a questo governo oggi il Paese ha un Pniec finalmente realistico, con un mix energetico equilibrato che garantisce all’Italia di procedere velocemente verso gli obiettivi di decarbonizzazione fissati al 2030” – ha spiegato il deputato e responsabile del Dipartimento Energia di Forza Italia – “Per gran parte del 2025 le rinnovabili hanno costituito il 50% della produzione di energia elettrica italiana e abbiamo sempre detto che il gas, in attesa del nucleare di nuova generazione, è la fonte fossile meno inquinante, e sarà indispensabile per accompagnare la transizione e centrare gli obiettivi di emissioni zero fissati per il 2050. Il tutto, mentre crescono le rinnovabili tradizionali a ritmi superiori a quelli fissati. Ancora una volta l’ambientalismo ideologico incita a perseguire una transizione che nei fatti sarebbe tanto impossibile quanto dannosa per famiglie e imprese italiane. Basta con le scorciatoie irrealistiche, tipiche delle teorie dei 5 Stelle: la decarbonizzazione è una marcia olimpica da fare con un piede sempre a contatto con il terreno del realismo e della sostenibilità“.

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