Il ricorso in appello era atteso ed è arrivato: gli 11 ex manager Miteni erano stati condannati a 141 anni complessivi di carcere per reati ambientali correlati all’inquinamento da PFAS della seconda falda acquifera più grande d’Europa.
Tutti gli ex manager Miteni condannati in primo grado dalla Corte d’Assise di Vicenza hanno deciso di ricorrere in appello. Il maxiprocesso, con 134 udienze in cinque anni, si era concluso il 26 giugno scorso con una sentenza di condanna per 11 dei 15 ex manager del polo chimico di Trissino, in provincia di Vicenza, a 141 anni complessivi di carcere per la più grande contaminazione da PFAS al mondo. A dare la notizia del ricorso in appello è il Corriere del Veneto.
La vicenda giudiziaria dello stabilimento chimico in Veneto, quindi, non si è ancora conclusa. La sentenza di primo grado prevedeva anche risarcimenti per le parti civili – oltre 300 tra privati ed enti pubblici – per decine di milioni di euro. Tra i destinatari anche il Ministero dell’Ambiente e la Regione Veneto, alle quali sono stati riconosciuti rispettivamente 58 milioni e 6,5 milioni di euro a titolo di danno patrimoniale.
Inquinamento da PFAS, Miteni sapeva di inquinare ma ha continuato la produzione
Il rilascio dei cosiddetti “inquinanti eterni” nei terreni e nelle falde acquifere nell’area che comprende le province di Vicenza, Padova e Verona ha contaminato oltre 350 mila cittadini. Le numerose udienze e la ricostruzione dei pm Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner hanno portato il 26 giugno 2025 al verdetto della Corte di Assise le cui motivazioni sono riassunte nelle 2.062 pagine depositate lo scorso 17 dicembre.
Dal documento emerge che l’azienda chimica sapeva di inquinare ma ha continuato la produzione per scopi economici, ignorando per anni l’impatto della contaminazione sull’ambiente e sulla salute pubblica.
Il caso è scoppiato nel 2013, quando la Regione Veneto venne informata dall’Arpav della presenza di PFAS in concentrazioni “preoccupanti” nelle acque potabili di alcuni Comuni, elemento che ha portato alla battaglia di associazioni e movimenti ambientalisti, in particolare delle “Mamme no PFAS”. L’azienda però, secondo la Corte, sapeva dell’inquinamento almeno dal 2009, periodo in cui i PFAS non erano ancora normati.
“Il diritto ambientale della prevenzione della tutela – si legge nel documento redatto dai giudici – non si esaurisce con la disciplina sulle bonifiche, ma è molto più articolato e completo, in quanto per le sostanze non normate vieta tassativamente la loro immissione significativa e misurabile nell’ambiente dove prima queste non c’erano e ne impone la drastica e totale rimozione”.
Ora la Corte d’Appello sarà chiamata a riesaminare l’impianto accusatorio, le responsabilità individuali e l’entità delle pene e dei risarcimenti stabiliti in primo grado.


