“The Minimalists: Less is Now”, il documentario su Netflix che racconta cosa significa davvero vivere “minimal”, soprattutto ai tempi del fast fashion. Una nuova rubrica sui canali di TeleAmbiente dedicata ai documentari su moda, inquinamento e fast fashion.
Imparare a liberarci degli oggetti di cui non abbiamo bisogno e vivere una vita più felice. Questo è il tema del documentario di Netflix “The Minimalists: Less is Now”, diretto da Matt D’Avella e scritto e raccontato da Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus.
I due narratori ci aiutano a capire il modo in cui i media e, in generale, la società, ci spingono a continuare ad accumulare, portandoci ad attribuire agli oggetti significati che vanno ben oltre ciò che rappresentano realmente per noi. La pubblicità ci fa credere di essere inadeguati, di non essere abbastanza, che ci manchi sempre qualcosa per stare bene e che quel qualcosa sia un oggetto.
Secondo uno studio citato nel documentario, facendo una mappa termica dei nostri movimenti domestici, molti di noi potrebbero scoprire di usare solo il 40% dello spazio a disposizione in casa propria: il resto è superfluo.
Frank Mascia, architetto minimalista americano che ha partecipato al documentario, sostiene che la maggior parte delle persone vive in base allo spazio di cui dispone, piuttosto che plasmare lo spazio in base alle proprie esigenze: “non c’è niente di più responsabile che vivere nello spazio più piccolo possibile” sostiene. E con responsabile si intende sostenibile, dal punto di vista finanziario ma anche ambientale.
Il fast fashion, dopo aver imposto alla moda un ritmo di 52 stagionalità l’anno, costi insostenibili in termini ambientali e di sfruttamento del lavoro, si è espanso fino a coinvolgere qualsiasi aspetto della nostra vita, arredamento e casa compresi, convincendoci a buttare via i nostri oggetti non quando diventano inutilizzabili ma quando perdono il loro valore sociale, quando “non sono più alla moda”.
Per questo, nel documentario suggeriscono che vivere da minimalisti, significa tornare ad essere materialisti nel senso corretto del termine, preoccuparci più della materialità degli oggetti che del loro significato simbolico.
ALTRI DOCUMENTARI SU MODA E FAST FASHION
“Untold: Inside th Shein Machine”, attraverso telecamere nascoste, il documentario ha mostrato le condizioni drammatiche dei lavoratori del colosso cinese.
“Westwood: Punk, Icon, Activist”, il film documentario sulla regina del punk rock ma anche attivista per il clima.
“The True Cost”, dalle passerelle più importanti ai sobborghi più disagiati, da dove arrivano i nostri vestiti?
Come mai i capi che indossiamo sono così economici? Chi ne paga il reale prezzo? “Made in Bangladesh”, il documetario che racconta la storia dei bambini operai del fat fashion.
Che impatto ha la produzione dei jeans sull’ambiente? Il lato oscuro del denim svelato da “River Blue”.
QUI altri 5 documentari per scoprire cosa si nasconde dietro la moda usa e getta
Cosa si nasconde dietro l’industria del fast fashion
La fast fashion è un modello di business nato negli anni ’80 che letteralmente significa “moda veloce“. Le aziende hanno iniziato a produrre un numero sempre maggiore di collezioni con l’obiettivo di realizzare prodotti di tendenza e di renderli disponibili al consumatore nel minor tempo possibile e minimizzando i costi.
Il basso costo del prodotto spinge il consumatore ad acquisiti sempre più frequenti, senza pensare a ciò di cui ha realmente bisogno. Si innesca così un circolo vizioso, alimentato soprattutto dallo shopping online e dalla possibilità di resi, attività da fare con un semplice click.
Ci si è resi conto della pericolosità di questo modello di business e di chi paga realmente il basso prezzo della fast fashion subito dopo la tragedia di Rana Plaza, a Dacca, Bangladesh, con il crollo di una palazzina di otto piani dove erano collocate 5 diverse fabbriche tessili di abbigliamento per marchi internazionali. Nel crollo dell’edificio morirono 1.129 persone e ne rimasero ferite più di 2.500.
Un giorno prima erano apparse crepe strutturali nell’edificio, perciò le banche e i negozi dei piani inferiori chiusero immediatamente, mentre ai piani alti la produzione continuò perché gli operai, privi di un sindacato e col rischio di perdere un mese di salario, furono costretti a presentarsi al lavoro. Alle nove meno un quarto del mattino il palazzo crollò.
Gli operai e le operaie che persero la vita lavoravano per il sistema globale della fast fashion. Il basso costo di un capo di abbigliamento nasconde sempre un alto costo sociale e ambientale che deriva da scelte poco sostenibili, come quella di appaltare la manodopera solo ad aziende in Paesi in via di sviluppo dove non vengono riconosciuti i diritti minimi dei lavoratori né esistono norme che disciplinino la tutela dell’ambiente da parte delle industrie.


