Migliaia di persone hanno marciato durante la Milano Fashion Week sabato 26 settembre per chiedere passerelle libere dalle pellicce.

Basta pellicce, la marcia degli attivisti durante la Milano Fashion Week

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“La campagna di CAFT  non terminerà fino a quando non verrà pubblicato un divieto effettivo dell’uso delle pellicce alla Milano Fashion Week”, Mattia, organizzatore per CAFT.

Migliaia di persone hanno marciato durante la Milano Fashion Week sabato 26 settembre per chiedere passerelle libere dalle pellicce. Mentre città come New York, Londra, Copenaghen, Berlino, Stoccolma, Amsterdam, Helsinki e Melbourne hanno già adottato da tempo un approccio fur-free, Milano sceglie la via del compromesso, rimanendo indietro.

 

 

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La Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI), l’organo che sovrintende la Milano Fashion Week, ha pubblicato linee guida non vincolanti che scoraggiano la promozione della pelliccia nelle sfilate, ma non esiste ancora un divieto applicabile sull’uso della pelliccia. Una decisione giudicata insufficiente e priva di reali conseguenze da CAFT (Coalition to Abolish the Fur Trade) e ADL Italia (Animal Defence League). Questa marcia fa parte di una campagna globale che va avanti da mesi e che ha già portato cinque sponsor – Visa, Wella, DHL, Lutech e Acqua Fiuggi – a interrompere i rapporti con la Milano fashion Week proprio per il persistente utilizzo della pelliccia.

“La campagna di CAFT, Coalition to Abolish the Fur Trade, va avanti da gennaio per chiedere alla Camera Nazionale della Moda Italiana di vietare completamente le pellicce all’interno delle passerelle e degli eventi. – spiega a TeleAmbiente Mattia, organizzatore per CAFT – Ci sono stati dei passi in questa direzione. A maggio sono state rilasciate delle linee guida in cui la Camera Nazionale della Moda Italiana di fatto sconsigliava l’uso delle pellicce a partire dalle seguenti edizioni della Settimana della Moda. Ma queste linee guida sono un po’ timide. Non c’è nessun divieto vincolante, non c’è nessun obbligo, non c’è nessuna ripercussione se queste linee guida vengono violate. E quindi C.A.F.T. ha deciso di respingere queste linee guida dicendo che non le accetterà e che la campagna non terminerà fino a quando invece non verrà pubblicato un divieto effettivo”.

In totale, ci sono state oltre 250 proteste in 14 paesi contro la Milano Fashion Week e le aziende ad essa collegate. CAFT ha recentemente annunciato una campagna contro Altagamma, un’associazione del
lusso italiano, per la presenza di Carlo Capasa nel suo consiglio. CAFT ha dichiarato che continuerà a protestare contro Altagamma finché non rimuoverà Carlo Capasa oppure finché la Milano Fashion Week non annuncerà che diventerà fur-free.

La marcia per le strade di Milano ha voluto mandare un messaggio all’industria della moda: la gente è nettamente contraria all’uso della pelliccia: l’Italia l’ha vietata nel 2022 ed è stato inoltre dimostrato dalle 1,5 milioni di firme verificate per l’Iniziativa dei Cittadini Europei “Fur Free Europe”, a sostegno di un divieto a livello UE sulla produzione e vendita di pelliccia.

 

 

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Reality Projected: la campagna che svela le crudeltà dell’industria delle pellicce

L’organizzazione per la protezione degli animali Humane World for Animals Europe (precedentemente nota come Humane Society International) esorta la Commissione Europea a vietare la produzione e la vendita di pellicce nell’UE con una nuova campagna che mette in luce la crudeltà nascosta dietro l’immagine patinata dell’industria della pellicceria.

Reality Projected, realizzata con il pluripremiato fotografo di moda Fro Rojas di Kreative Kontent, utilizza fotografie di abusi negli allevamenti destinati alla produzione di pellicce, proiettate sui capi in pelliccia indossati dalle modelle, per mostrare la sofferenza che si nasconde dietro alle immagini patinate promosse dall’industria della pellicceria.

Sebbene l’allevamento di animali per la produzione di pelliccia sia già vietato in 24 Paesi europei, tra cui 18 Stati membri dell’UE, e molte altre nazioni abbiano introdotto restrizioni alla pratica, oltre 6 milioni di animali sono ancora allevati per le loro pellicce in quasi 1.200 allevamenti di tutta l’UE, in Paesi come Finlandia, Danimarca, Spagna, Grecia e Ungheria. Le condizioni degli animali negli allevamenti sono pessime: nel luglio 2025 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha concluso, in un parere scientifico, che gli allevamenti destinati alla produzione di pelliccia nell’Unione Europea non garantiscono il benessere e non soddisfano i bisogni fondamentali di visoni, volpi, cani procione e cincillà.

Sempre Humane World for Animals in occasione a Roma dell’evento “L’insostenibilità economica dell’industria europea della pelliccia” ha presentato il report “A full-cost account of the EU fur industry”, di cui ha parlato durante l’evento, l’economista Griffin Carpenter evidenzia come il settore dell’allevamento di animali per la produzione di pellicce nell’Unione Europea sia in perdita da anni, tanto da non essere più economicamente sostenibile senza fonti di finanziamento esterne. Inoltre, ha impatti così negativi sull’ambiente e sulla salute pubblica da generare ulteriori costi che gravano sui contribuenti, come dimostra l’analisi di Carpenter.

“L’industria genera un valore aggiunto lordo (VAL) pari a -9,2 milioni di euro, contribuendo quindi negativamente, e non positivamente, all’economia dell’UE. I costi ambientali (226 milioni di euro) e sanitari (211 milioni) superano le entrate totali del settore (183 milioni), il cui contributo complessivo all’economia, calcolato sottraendo questi costi dal VAL, risulta pari a -446 milioni di euro”, ha spiegato l’economista.

“L’industria delle pellicce rappresenta oggi meno dello 0,003% dell’occupazione nell’Unione Europea, confermandosi come un settore marginale e privo di prospettive”, ha aggiunto l’Eurodeputata Carolina Morace. “Per questo, è necessario introdurre un divieto a livello europeo, accompagnato da un adeguato periodo di dismissione che assicuri una transizione equa per i pochi operatori ancora coinvolti. È importante che l’Italia, che ha già un divieto in vigore dal 2022, sostenga questa posizione nei confronti della Commissione e nelle adeguate sedi UE, a partire dal Consiglio Agricoltura e Pesca”.

 

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