Si è conclusa ufficialmente la COP30 a Belém, ma non si è ancora raggiunto un accordo. Le trattative continuano. Nel frattempo già si pensa al 2026, con la COP31 che avrà luogo in Turchia.

COP30, stallo a Belém e posizioni distanti su fossili. Ma intanto si decide per la COP31: sarà in Turchia

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Si è conclusa la COP30 a Belém, ma non si è ancora raggiunto un accordo. Le trattative continuano. Nel frattempo già si pensa al 2026 con la COP31 che avrà luogo in Turchia.

Dal 10 novembre al 21 novembre 50mila delegati si sono riuniti alla COP30, la 30ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, a Belém, nel Parà. Luogo e data sono simbolici: Belém è la porta dell’Amazzonia, e proprio in questi giorni, 10 anni, fa l’Accordo di Parigi impegnò il mondo a contenere il riscaldamento climatico entro i due gradi, obiettivo ad oggi mancato.

La conferenza doveva concludersi ieri ma, secondo quanto comunicato dalla presidenza della Conferenza sul Clima nella notte, non sono state diffuse nuove versioni di bozze del testo finale, confermando un prolungamento delle trattative. In una nota divulgata all’1 e 40 di sabato mattina orario locale (le 5 e 40 in Italia), la presidenza brasiliana ha spiegato che consultazioni e negoziati sarebbero proseguiti per tutta la notte, nel tentativo di superare i punti ancora privi di consenso.

Come in tutte le Conferenze delle Parti, il documento conclusivo potrà essere approvato solo con l’accordo unanime dei più di 190 Paesi partecipanti. Il pacchetto di testi diffuso nella notte di venerdì è stato giudicato “debole” da organizzazioni e delegazioni: troppo generico, con “lacune inaccettabili” e una “tradimento della scienza”. Nella bozza manca inoltre qualsiasi riferimento esplicito ai combustibili fossili – petrolio, gas e carbone – principali responsabili del riscaldamento globale.

Nella bozza manca inoltre qualsiasi riferimento esplicito ai combustibili fossili, principali responsabili del riscaldamento globale, nonostante le richieste del presidente Luiz Inacio Lula da Silva e di oltre 80 nazioni europee, latinoamericane e insulari di includere tale formulazione. L’altro punto critico riguarda i finanziamenti, con i Paesi in via di sviluppo che chiedono maggiore sostegno per far fronte agli effetti del cambiamento climatico, come inondazioni e siccità.

A Belém, ministri dell’Ambiente e i negoziatori lavoreranno anche oggi per trovare intese che permettano al mondo di affrontare la crisi climatica, dalla definizione dei fondi per l’adattamento dei Paesi più vulnerabili alle misure per tagliare le emissioni di gas serra. Alcuni delegati, però, stanno valutando di abbandonare la conferenza.

 

La Turchia ospiterà la COP31 nel 2026

Sarà la Turchia ad ospitare la Cop31, il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2026, mentre l’Australia guiderà il processo negoziale. Lo ha reso noto un documento diffuso alla Cop30, confermando l’intesa preliminare che prevedeva una soluzione congiunta dopo una lunga fase di stallo tra i due Paesi, entrambi interessati a ottenere l’organizzazione dell’evento.

Secondo quanto riferito dalla Germania, che ha diffuso la nota al termine della riunione del gruppo Europa occidentale e altri (Western European and Others Group, Weog), incaricato di scegliere il Paese ospitante, l’accordo stabilisce che la Turchia saraò sede del summit, mentre all’Australia spetterò la responsabilita’ delle trattative. Il documento precisa che, “in caso di divergenze di opinione tra Turchia e Australia, saranno avviate consultazioni fino alla risoluzione della differenza in modo soddisfacente per entrambe le parti“. E’ inoltre previsto che un pre-Cop si svolga in un Paese insulare del Pacifico, con Canberra a guidare l’intero processo preparatorio annuale che definira’ l’agenda e le priorità della Cop31.

Cosa è successo nei giorni scorsi alla COP30

A neanche due giorni dall’inizio della COP30, il clima si è subito acceso tra le proteste dei manifestanti e l’indignazione delle associazioni ambientaliste. Nella serata di martedì 11 novembre, diverse decine di manifestanti indigeni e non indigeni si sono introdotti nel sito che ospitava la Conferenza, scontrandosi con le guardie di sicurezza. Il gruppo – che ha cercato di entrare nell’area oggetto del meeting sventolando striscioni e cantando – è stato respinto fisicamente. “Il movimento indigeno voleva presentare le sue richieste all’interno della Zona Blu, ma non gli hanno permesso di entrare”, ha dichiarato Joao Santiago, professore presso l’Università Federale del Pará.

È un momento di rivolta, di indignazione, è un momento in cui noi indigeni sentiamo la sconfitta del nostro territorio nella pelle”, ha dichiarato il manifestante indigeno Cacique Gilson. Una richiesta di aiuto, quella lanciata dai partecipanti alla protesta, affinché la distruzione di foreste e popoli venga arrestata. “Il governo mente: la foresta e i popoli non stanno bene”, ha dichiarato il pajé Nato Tupinambá.

Alla COP30 è stato presentato nei giorni scorsi anche il report denominato “Climate and ecosystem service benefits of forests and trees for agriculture che rivela come troppo spesso gli effetti positivi dell’esistenza delle foreste siano ignorati. Queste contribuiscono a tenere basse le temperature, regolano il ciclo idrico, contribuiscono alla produttività dei raccolti. Al contrario la perdita di foreste causa effetti negativi sul clima e sull’agricoltura. Per esempio, in Brasile si è misurato il potere delle foreste di limitare l’evapotraspirazione del 30% si tratta del fenomeno di trasferimento dell’acqua dalla terra all’atmosfera.

E a chiudere la COP30 anche di un incendio.  “C’è stato un incendio tra i padiglioni della COP30 non lontano dallo stand dell’Italia. I Vigili del Fuoco stanno evacuando l’area. Mai successa una cosa simile in 30 anni di meeting“. Così l’attivista Giorgio Brizio durante il rogo tra i padiglioni della COP30.

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