Lo sviluppo dell’epigenetica consente di capire sempre meglio come lo stato di salute dell’ambiente che ci circonda possa impattare sulla nostra salute per tutta la vita, e questo dipende soprattutto dai primi mesi e anni di vita, ma non solo. Il punto degli esperti di livello internazionale protagonisti della 2ª Conferenza Internazionale di Medicina Ambientale, tenutasi recentemente a Chieti.
Dalle opportunità che emergono con lo sviluppo dell’epigenetica, fino alle misure da implementare in ambito pratico, la tutela della salute dei bambini è stata un argomento assolutamente centrale della 2ª Conferenza Internazionale di Medicina Ambientale, tenutasi all’Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti e organizzata dallo stesso Ateneo, da Sima – Società Italiana di Medicina Ambientale e da MDPI. La nostra salute dipende direttamente dallo stato di salute dell’ambiente che ci circonda, e questo accade per tutta la vita, ma diventa ancora più cruciale nei primi mesi e anni di vita, e non solo.
“Se noi adulti guardiamo alla nostra infanzia, capiamo facilmente che l’infanzia è decisiva per il futuro di una persona, da tanti punti di vista: dal punto di vista dello sviluppo fisico, dello sviluppo intellettuale, dello sviluppo psicomotorio… Gli anni dell’infanzia, e anzi mi permetto di dire anche quelli prima dell’infanzia e cioè durante la gravidanza, sono decisivi per il futuro di un essere umano. Va da sé che una società e un Pianeta che vogliono guardare al futuro non possono disinteressarsi delle donne e dei bambini. Il motivo è anche medico, perché l’apparato respiratorio dei bambini è in evoluzione e un danno all’apparato respiratorio di un bambino di tre anni è molto più grave che in un adulto di 30 o in un anziano di 80. Questo è il primo punto: gli organi del bambino sono in evoluzione e subiscono danni più diretti rispetto agli adulti. Questo riguarda anche l’apparato cardiovascolare o il metabolismo, ci sono per esempio dei contaminanti endocrini presenti nella plastica. Noi beviamo dalle bottiglie di plastica, mangiamo pesci che forse hanno plastica nel loro organismo, ci sono isole di plastica negli oceani… la plastica ci inquina, è innegabile. Per farla breve, l’effetto di questi contaminanti endocrini sui bambini è molto maggiore rispetto agli adulti, che pure possono subire conseguenze, soprattutto dal punto di vista della fertilità. Nei bambini, che hanno un apparato endocrino in sviluppo, il danno è molto maggiore. Non ci sono dubbi che i bambini sono coloro che risentono di più del danno ambientale” – ha spiegato Francesco Chiarelli, docente di Pediatria all’Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti e direttore del Dipartimento Materno Infantile – “Cosa si può fare? Gli esseri umani devono mettere la testa a posto e capire che se continuiamo così, avremo un Pianeta che non potrà ospitare le future generazioni. Se vogliamo che gli esseri umani continuino e non facciano la fine dei dinosauri – cosa che è possibile – dobbiamo investire sull’ambiente. Questo è possibile, ci sono Paesi che lo hanno fatto e non si sono limitati a dirlo: penso all’esempio della Danimarca, ma anche a Taiwan. Possiamo conservare meglio il nostro Pianeta, e quindi i decisori politici, ma anche tutti noi (alla fine, i politici sono l’espressione di tutti noi), abbiamo la responsabilità di non gettare rifiuti a terra, di utilizzare di più i mezzi pubblici rispetto al mezzo privato, di cercare di spostarsi in bicicletta quando possibile, tutti noi abbiamo una responsabilità e nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Ripeto: alcuni Paesi lo hanno fatto, io prendo la Danimarca e la città di Copenaghen come punto di riferimento, e mi auguro che anche le città italiane possano diventare vivibili come Copenaghen“.
“Sono partito da un esempio molto chiaro: duecento anni fa, gli indiani Pima dell’Arizona erano belli, magri, snelli e atletici, oggi invece metà della loro popolazione è affetta da arteriosclerosi, obesità e altre patologie come il diabete. Non sono cambiati i geni, che sono gli stessi che avevamo diecimila anni fa, bensì è cambiato l’ambiente. E l’ambiente agisce su alcune persone che hanno alcune caratteristiche genetiche” – ha spiegato Giuseppe Novelli, genetista e docente all’Università di Roma Tor Vergata, già rettore dello stesso Ateneo – “Questo modo di studiare geni e ambiente si chiama epigenetica, è una scienza che ormai conosciamo e infatti sappiamo quali sono gli effetti sull’organismo se uno fuma, fa sport, mangia schifezze o mangia bene. Questo modello si chiama epigenetica, io l’ho definito il vestito che indossano i geni. Non è qualcosa ‘scritto’ nel DNA, è qualcosa che viene ‘messo addosso’ al DNA. Il DNA nelle nostre cellule non è ‘nudo’, è ‘rivestito’, ma una giacca può essere grande o piccola, a seconda di come ci vestiamo avremo un effetto diverso. E lo stesso effetto oggi è noto, lo possiamo studiare e in alcuni casi anche correggere“.
“Principalmente, ho parlato dell’inquinamento atmosferico e di come questo influisca sulla salute dei nostri bambini, ma anche sulla nostra salute riproduttiva. Ci sono implicazioni dell’inquinamento dell’aria sulla fertilità, sul rischio di aborto e anche sulla salute dei bambini nei primissimi mesi e anni di vita” – il punto di Tong Zhu, docente dell’Università di Pechino e membro dell’Accademia Cinese delle Scienze (Chinese Academy of Sciences) – “L’inquinamento atmosferico è il più importante tra i fattori ambientali che mettono a rischio la salute umana. Spero che questa conferenza possa contribuire a migliorare le nostre conoscenze e a coinvolgere di più la ricerca scientifica, ma anche la consapevolezza tra i cittadini sull’importanza dei temi ambientali per proteggere la salute dei bambini“.
“Il latte materno è un bene ineguagliabile, uno strumento straordinario, un motore di opportunità per tutti i neonati e dobbiamo tutelarlo, salvaguardarlo e proteggerlo dai contaminanti ambientali. Nella nostra ricerca, il progetto europeo Life Milch, abbiamo riscontrato percentuali elevate nel latte materno di sostanze come ftalati, bisfenoli, parabeni e pesticidi. Addirittura, gli ftalati sono stati riscontrati nel 90% dei casi. La buona notizia è che nella stragrande maggioranza dei casi queste sostanze si trovano in concentrazioni basse ed entro i limiti previsti dall’Unione europea, ma possono permanere nel latte materno anche per sei mesi e sembra, dalle analisi svolte su 700 coppie di madri e neonati, che possano andare ad influire sulle performance psicologiche e neurologiche dei bambini a distanza di tempo” – il commento di Vassilios Fanos, docente di pediatria all’Università di Cagliari – “Dobbiamo fare di tutto per salvaguardare il latte materno e dopo la nostra ricerca è stata fatta una grande azione preventiva per formare ed informare le madri, ottenendo già dei risultati importanti. La conoscenza del problema, la formazione e l’informazione possono fare molto, noi non possiamo fare qualcosa ma dobbiamo fare qualcosa: il latte materno è una scelta unica e ineguagliabile e questi studi ribadiscono la necessità di difenderlo strenuamente“.


