Il cortometraggio di animazione “The Story We Wear” è stato pensato per essere usato nelle scuole e nelle università e raccontare il costo umano della produzione di abbigliamento per i marchi di fast fashion.
Quando si parla di fast fashion si pensa spesso a fabbriche lontane nel sud-est asiatico. Ma lo sfruttamento è anche nei laboratori clandestini delle città britanniche. A raccontarlo è un cortometraggio di animazione, “The Stories We Wear”, commissionato dalla Glasgow Caledonian University e realizzato da media co-op.
La protagonista è Haina, una migrante appena arrivata nel distretto tessile di Leicester. La giovane, in cerca di lavoro, viene risucchiata dall’industria della moda a basso costo. Non si tratta di una storia inventata, ma è il risultato di una serie di interviste condotte dalla ricercatrice Erica Charles della Glasgow Caledonian University
Il cortometraggio, premiato al Cannes Short Film Festival, racconta il costo umano della produzione di abbigliamento per i marchi di fast fashion, ed è stato pensato per essere usato nelle scuole e nelle università. La storia di ragazze come Haina non sempre si risolve bene e, nonostante, il tema dell’animazione, il cortometraggio non finge che sia diversamente da così.
Una voce fuori campo, che utilizza estratti di interviste a lavoratori di fabbriche tessili di Leicester, spiega come alcuni operai venissero pagati al di sotto del salario minimo e di come altri fossero costretti a lavorare 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana.
“Il cortometraggio dimostra la forza interiore di queste sopravvissute, che spesso si trovano in situazioni disperate. È fondamentale affrontare il ruolo che noi, come consumatori, svolgiamo in questo processo. – afferma la ricercatrice Erica Charles – Avendo lavorato nel settore della moda per quasi 30 anni, è chiaro che è necessaria una maggiore responsabilità per lo sfruttamento che avviene nelle filiere di approvvigionamento della moda. Spero che il film incoraggi i consumatori a mettere in discussione i propri comportamenti d’acquisto e a promuovere un cambiamento positivo“.
Il team di media co-op ha scelto una palette quasi monocromatica, proprio per rappresentare visivamente il grigiore degli ambienti, come le abitazioni sovraffollate e lo squallore delle fabbrica. In questo contesto, però, colpisce un elemento: l’hijab giallo brillante di Haina.
“Leggere le interviste di ricerca di Erica mi ha offerto una visione sconvolgente del modo in cui le lavoratrici del settore tessile nel Regno Unito sono costrette a una forma di schiavitù moderna. – afferma la regista Isa Rao, della cooperativa mediatica – Spero che questo cortometraggio venga proiettato il più possibile per far luce sullo sfruttamento delle lavoratrici del settore tessile e per far riflettere ognuno di noi che acquista abiti sulle storie che indossiamo.”
Il crollo dell’edificio del Rana Plaza in Bangladesh
Il 24 aprile saranno passati 13 anni dalla tragedia del crollo dell’edificio del Rana Plaza in Bangladesh.
Il 24 aprile 2013 persero la vita 1.138 persone, e in gran parte erano lavoratrici e lavoratori tessili impiegati nelle cinque fabbriche ospitate nello stabile.
Mentre i negozi al piano terra sono rimasti vuoti quel giorno, le fabbriche si sono rifiutate di fermarsi e hanno costretto i lavoratori e le lavoratrici a entrare con la minaccia di trattenere i salari. Lottando per sopravvivere con paghe da fame e senza un sindacato che difendesse collettivamente i loro diritti, la maggior parte di loro è entrata in fabbrica. L’edificio di otto piani ospitava numerosi laboratori in cui venivano realizzati capi per i colossi del fast fashion.
Un anno dopo il crollo del Rana Plaza, tragedia che portò all’attenzione del mondo intero la questione dei diritti dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh e, in generale, nelle catene di valore globali, nacque Fashion Revolution, un movimento globale formato da attivisti che credono in un’industria della moda più etica e sostenibile, un movimento che invita le aziende a garantire migliori condizioni per i lavoratori, salari adeguati, trasparenza sulla provenienza dei materiali e maggiore sostenibilità. L’hasthtag #whomademyclothes lanciato dal movimento ha l’intento di sensibilizzare il consumatore e di renderlo più cosciente sui capi che indossa e su come vengono prodotti.
“La tragedia del Rana Plaza è stata forse tra tutte quella più prevista e quella che sarebbe stata sostanzialemente la più evitabile. Sapevamo che la filiera della moda era un posto malsano, piena di sfruttamento, sia di risorse che di persone. – ha spiegato a TeleAmbiente Orsola de Castro – Prima del Rana Plaza c’era stato un grosso incendio in una fabbrica che si chiamava Tazreen, sempre in Bangladesh. Non era il primo caso quello del Rana Plaza, ma è stato assolutamente catastrofico“.


