Il documento presentato da alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, chiede a Bruxelles “maggiore chiarezza” sulle misure per ridurre gli imballaggi in plastica che entreranno in vigore a partire da agosto 2026.
Si avvicina l’entrata in vigore del Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR), prevista per il 12 agosto 2026, e alcuni Paesi europei hanno espresso le loro perplessità sull’attuazione delle misure volte a promuovere il riciclo degli imballaggi in plastica e a ridurre progressivamente la percentuale dei rifiuti pro capite, fino al 15% entro il 2040.
A schierarsi contro le norme è l’Italia che, insieme a Repubblica Ceca, Lettonia, Bulgaria, Romania, Polonia, Slovacchia e Slovenia, il 25 giugno ha presentato un documento nella riunione del Consiglio Ambiente, chiedendo “maggiore chiarezza” alla Commissione europea sulle misure che andranno adottate dalle aziende da agosto.
Secondo gli otto paesi “non è realistico aspettarsi che l’industria intraprenda investimenti sostanziali senza un approccio chiaro e stabile e obblighi prevedibili”.
Il documento si riferisce alla legislazione europea entrata in vigore lo scorso febbraio, che introduce una serie di obblighi per l’intero ciclo di vita degli imballaggi, dalla produzione alla gestione dei rifiuti.
Tra le confezioni oggetto del divieto ci sono bustine per condimenti, salse e zucchero, ma anche flaconi monouso per shampoo e saponi utilizzate negli hotel, buste di plastica per frutta e verdura preconfezionata di peso inferiore a 1,5 kg e quelle ultrasottili per generi alimentari sfusi. Addio anche agli imballaggi in plastica per raggruppare prodotti come lattine, barattoli, bottiglie e le pellicole termoretraibili per valigie utilizzate negli aeroporti.
Secondo i governi firmatari, gli impatti su ambiente e salute derivanti dalle nuove regole sarebbero tutt’altro che positivi per il settore. La normativa sugli imballaggi sarebbe “troppo rigida per le piccole e medie imprese” e “diversi requisiti essenziali rimangono definiti in modo insufficiente”.
Inoltre, il documento sottolinea anche la “notevole entità dei costi associati”, che andranno a gravare sulle imprese europee, con un impatto previsto di miliardi ed effetti “limitati o addirittura negativi sull’economia circolare”. Le stime si basano sulla valutazione della Commissione europea, che prevedono una crescita potenziale dei costi fino a 160 euro per famiglia.
Un aumento che rischia di pesare in modo significativo sia sull’industria che sui cittadini e di indebolire la competitività colpendo in modo sproporzionato le piccole e medie imprese (PMI).
L’Italia e gli altri sette paesi hanno quindi chiesto alla Commissione di “fornire con urgenza un calendario chiaro e consolidato per l’adozione del regolamento” e di “sviluppare ulteriormente il documento di orientamento e le domande frequenti esistenti per fornire spiegazioni più chiare, dettagliate e soprattutto operative sugli obblighi principali”. Infine, è stato chiesto a Bruxelles di “avviare un dialogo strutturato con gli Stati membri, in particolare con le autorità nazionali di vigilanza del mercato”, per delineare un approccio comune per l’applicazione delle norme in tutta l’Unione europea.


