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Clima, una diga per salvare la costa di Giava in Indonesia

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Sulla carta, si tratta di un importante progetto di adattamento climatico. Eppure, potrebbe non solo non bastare, ma anche causare effetti peggiori. 

Gli Stati insulari, specialmente quelli dell’oceano, sono i più minacciati dalla crisi climatica. E fin qui, nulla di nuovo o particolarmente sorprendente. Uno di questi Paesi è sicuramente l’Indonesia, il più grande Stato-arcipelago del mondo e molto densamente popolato, essendo composto da oltre 17 mila diverse isole e abitato da quasi 280 milioni di persone. Per le sue caratteristiche fisiche e geografiche, l’Indonesia appare particolarmente a rischio di fronte alla minaccia dell’innalzamento del livello del mare. Con il trend attuale, non sarà risparmiata neanche la capitale Giacarta, che entro il 2045 sarà sostituita da una nuova capitale amministrativa, Nusantara, città ancora in piena fase di costruzione. Resta però da salvaguardare anche il resto del territorio nazionale indonesiano, a cominciare proprio dalle altre zone costiere, le più esposte. In tal senso, si sta studiando un progetto colossale di adattamento climatico: una diga marina lunga 700 chilometri per proteggere i centri abitati dalle mareggiate che non solo sommergono le coste, come quella di Giava, ma raggiungono sempre più facilmente anche l’entroterra.

Il problema, in questo caso, non dipende esclusivamente dal cambiamento climatico, ma dal suo effetto combinato con l’estrazione delle acque dal sottosuolo, un’attività sempre più diffusa che provoca il cedimento del terreno. Per questo, di fronte ai continui danni causati dalle mareggiate e da un terreno che lentamente sta sprofondando, l’Indonesia ha deciso di investire 80 miliardi di dollari complessivi per contrastare l’erosione costiera e la perdita di terreno. Non va dimenticato che, nelle zone costiere indonesiane, vive la metà dei suoi abitanti, compresi quelli della capitale Giacarta. Il presidente indonesiano, Prabowo Subianto, ha dichiarato: “Questa è una delle nostre iniziative più importanti per aiutare le comunità costiere“. C’è però un nodo, non trascurabile, relativo ai finanziamenti e ai tempi di realizzazione dell’opera: si cercano investitori esteri, capaci di garantire cifre importanti per rendere realtà il progetto, ma servirà anche del tempo, forse alcuni decenni, prima che la lunga diga marina possa essere eretta.

I tempi naturali, però, stringono. L’organizzazione ambientalista Climate Central ha infatti reso noto che, con il trend attuale del cambiamento climatico, l’isola di Giava rischia di perdere fino a 20 centimetri di terra ogni anno, e vaste aree del territorio dell’Indonesia sono destinate a sparire entro il 2100. L’idea di una colossale diga costiera riprende, anche se con proporzioni nettamente differenti, alcuni sistemi già esistenti in zone costiere di altre parti del mondo: in Giappone, dopo i terremoti e lo tsunami del 2011, sono state installate barriere simili a fortezze, mentre i Paesi Bassi, per evitare inondazioni nei centri abitati, utilizzano un sistema di dighe a forma di colline. Tutti sistemi, questi, che consentono di ritardare l’erosione, assorbendo e deviando l’energia delle onde e proteggendo le popolazioni costiere. Qualche dubbio sull’effettivo funzionamento della gigantesca diga in Indonesia, però, sorge soprattutto tra gli esperti.

Molti climatologi suggeriscono infatti che la diga, paradossalmente, potrebbe causare ulteriore erosione, disturbando anche gli ecosistemi locali. Una struttura così impattante potrebbe anche distruggere le spiagge e causare difficoltà alle comunità di pescatori. Melanie Bishop, docente della Macquarie University in Australia, avverte infatti: “Queste infrastrutture comportano costi ambientali e sociali considerevoli, costruirle comporterebbe una perdita di habitat costiero, oltre ad ostacolare lo spostamento di animali e persone tra la terra e il mare“. Qualche dubbio, ce l’hanno anche gli stessi abitanti dei villaggi delle zone costiere indonesiane, che temono che l’opera sarà realizzata troppo tardi, quando gli effetti nefasti del cambiamento climatico e dell’abbassamento del terreno saranno ormai irreversibili e fuori controllo. Anche per questo, la professoressa Bishop suggerisce alcune alternative: “Ci sono soluzioni basate sulla natura, come le mangrovie o la barriera corallina. A differenza delle dighe, che con l’innalzamento del livello del mare vanno inevitabilmente rafforzate, questi habitat naturali si accumulano verticalmente“. Altri esperti, invece, suggeriscono di abbandonare quanto prima le aree considerate più a rischio, facendo trasferire in altre zone più sicure gli abitanti, e di proteggere le altre aree con un sistema di dighe più mirate e limitate nell’estensione.

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