Ritardi sulla transizione energetica: a pagare saranno i cittadini? Convegno ECCO & ASviS alla Camera

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Evento Evento ECCO & ASviS alla Camera: dei Deputati sul ruolo delle imprese partecipate nella transizione energetica: la politica rifletta l’interesse pubblico nelle nomine delle partecipate. Richiamo alla responsabilità sociale delle società e al ruolo di indirizzo dello Stato.

La transizione energetica non è solo una sfida ambientale, ma un rischio economico concreto. Se le imprese partecipate dallo Stato rallentano il passaggio alle energie pulite, i costi potrebbero ricadere direttamente sui cittadini.

È questo il tema al centro del convegno promosso da ECCO e ASviS, dedicato al ruolo delle grandi aziende pubbliche nella trasformazione del sistema energetico.

Aziende come Enel, ENI, Terna e Snam controllano infrastrutture strategiche e incidono direttamente su politica industriale, finanza pubblica e bollette.

Il rischio è quello dei cosiddetti stranded asset: investimenti in gas e infrastrutture fossili destinati a perdere valore prima di essere ammortizzati, con conseguenze economiche per le imprese e per la collettività.

“È fondamentale che il Governo rafforzi i meccanismi di governance, indirizzando le imprese partecipate verso investimenti coerenti con un percorso di transizione energetica, sia per gestire i rischi economico-finanziari legati al clima, sia per garantire che l’interesse pubblico prevalga sulle logiche di breve periodo” – ha affermato Matteo Leonardi, Cofondatore e Direttore del think tank ECCO.

“L’Italia è in ritardo sugli obiettivi della transizione ecologica e presenta ancora, nonostante le opportunità offerte dalle rinnovabili, un’elevata dipendenza dall’estero in termini energetici e alti costi per le imprese e le famiglie che frenano la competitività e determinano un’elevata povertà energetica” – ha ricordato Enrico Giovannini, cofondatore e direttore scientifico dell’ASviS. “Dobbiamo quindi accelerare – ha aggiunto Giovannini – e il ruolo delle imprese pubbliche partecipate è insostituibile per trainare tutto il sistema economico verso una maggiore sostenibilità”.

“È proprio nei momenti di incertezza e di tensioni geopolitiche crescenti che si misurano la lungimiranza delle classi dirigenti e la solidità delle istituzioni. La tentazione di rifugiarsi in ciò che appare conosciuto – le fonti fossili, le infrastrutture tradizionali, i modelli industriali consolidati – è forte, ma rinviare la transizione non elimina i rischi: li amplifica – ha dichiarato Sergio Costa, Vicepresidente della Camera dei Deputati.

“Le imprese partecipate dallo Stato – ha poi aggiunto – occupano in questo scenario una posizione decisiva: non sono operatori qualunque, controllano infrastrutture strategiche e influenzano in modo determinante l’indirizzo della politica industriale nazionale. Per questo devono essere protagoniste della transizione, non fattori di inerzia, e devono contribuire a ridurre i rischi sistemici, non ad accumularli. Una transizione governata è meno costosa di una transizione subita”.

“In questo momento mi sembra che la transizione sia barcollando non in Italia o in Europa, ma un po’ in tutto il mondo – ha dichiarato Fabio Rampelli, Vicepresidente della Camera dei Deputati – penso che noi dobbiamo approfittare di questo momento di disorientamento per fare intelligenza, approfondire, capire anche le dinamiche internazionali, non avere approcci ideologici, perché sarebbe un errore, ma non soltanto per la nostra economia e per le conseguenze sociali, secondo me sarebbe un errore anche per gli obiettivi ambiziosi che ci siamo dati sulla prospettiva della decarbonizzazione”.

La dipendenza dai combustibili fossili e il rinvio delle politiche di decarbonizzazione amplificano anche i rischi finanziari legati al clima.

“La transizione verde – ha sottolineato Livio Stracca, Vicedirettore Generale della Banca Centrale Europea – è una priorità fondamentale non solo per prevenire il cambiamento climatico, ma anche per garantire l’autonomia strategica e la crescita economica dell’Europa. Ritardarla, espone l’economia europea a rischi climatici crescenti che mettono in pericolo la stabilità finanziaria e la competitività del nostro continente.”

Dal confronto emerge la necessità di una governance più forte e di strumenti come i Piani di transizione per orientare le strategie industriali verso la decarbonizzazione, ridurre i rischi finanziari e tutelare l’interesse pubblico.

Una partita che si gioca anche sulle prossime nomine ai vertici delle aziende partecipate e sulle scelte strategiche che determineranno sicurezza energetica, competitività e costi per cittadini e imprese nei prossimi anni.

 

 

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