Riscaldare cibo in confezioni di plastica nel forno o nel microonde può rilasciare negli alimenti microplastiche e sostanze tossiche. Il nuovo report di Greenpeace International.
I cibi pronti e da asporto sono un’alternativa pratica e veloce da consumare sul posto e in ufficio, oltre che a casa. Un mercato in crescita, che nel 2024, in Italia, ha registrato un incremento del 15% rispetto al 2017 secondo la società di ricerche Circana.
Alla praticità degli alimenti “ready to eat” si contrappongono i rischi nascosti dei piatti pronti confezionati in contenitori di plastica, come il possibile rilascio di microplastiche e nanoplastiche se riscaldati in forno o nel microonde.
A rivelarlo è il nuovo rapporto di Greenpeace International “Siamo cotti?” (Are We Cooked? The Hidden Health Risks of Plastic-Packaged Ready Meals) che, attraverso l’esame di 24 studi scientifici ha rilevato che i prodotti alimentary pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. Oltre a centinaia di migliaia di particelle di plastica, riscaldare i cibi pronti confezionati può rilasciare anche una miscela di sostanze tossiche.
“Le persone pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica: in realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo”, ha dichiarato Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace USA.
“I governi hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione”.
Secondo uno degli studi analizzati dall’associazione ambientalista, dopo soli cinque minuti di riscaldamento al microonde si disperdono nel cibo dalle 326 mila alle 534 mila particelle: fino a sette volte in più rispetto al riscaldamento in forno.
Riscaldando il cibo aumenta drasticamente la contaminazione chimica: in diversi studi, campioni di plastica comune – come polipropilene e polistirene – sottoposti a microonde hanno rilasciato additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, compresi plastificanti e antiossidanti.
Alcune sostanze presenti nelle plastiche, come bisfenolo, ftalati, PFAS e metalli come l’antimonio, sono collegate a effetti negativi sulla salute, come infertilità, disfunzione ormonale, cancro e malattie metaboliche. A creare più problemio sono i contenitori vecchi, graffiati o riutilizzati: la plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi.
Nel 2024, la produzione di piatti pronti ha raggiunto un volume globale di 71 milioni di tonnellate, una media di 12,6 kg pro capite. Un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica, che la produzione di quest’ultima è destinata a più che raddoppiare entro il 2050.
A livello globale mancano delle linee guida adeguate sulle microplastiche rilasciate negli imballaggi alimentari e le diciture presenti sulle etichette, come “adatto al microonde”, forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione. Secondo Greenpeace si sta agendo con la plastica come è stato fatto il tabacco, l’amianto e il piombo: nonostante gli allarmi scientifici, la risposta è caratterizzata da negazionismo industriale e ritardi normativi.
Per questo, l’associazione ambientalista chiede ai governi che negoziano il Trattato globale sull’inquinamento da plastica ONU di agire secondo il principio di precauzione e interrompere una contaminazione incontrollata e non regolamentata.
“Il rischio di essere avvelenati mentre mangiamo è evidente, la posta in gioco è alta e il momento di agire è adesso. Non possiamo affidarci a promesse fuorvianti delle aziende: sono i governi a dovere intervenire al più presto adottando un trattato ambizioso, che protegga la salute umana e riduca la produzione di plastica alla fonte”, ha concluso Forbes.


