L’atto tecnico con cui la Regione ha annullato un precedente parere positivo potrebbe addirittura causare lo stop alla realizzazione del termovalorizzatore con cui il sindaco Roberto Gualtieri vorrebbe chiudere il ciclo dei rifiuti a Roma. E come se non bastasse, l’Unione dei Comitati contro l’inceneritore denuncia: “Ama e Roma Capitale hanno ignorato che quel sito è fortemente contaminato da idrocarburi pesanti e altri inquinanti”.
La realizzazione del termovalorizzatore di Roma potrebbe subire un brusco stop a causa della Regione Lazio. A sorpresa, infatti, con un atto tecnico è stato annullato un precedente parere positivo sul consumo idrico dell’impianto con cui il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, vorrebbe chiudere il ciclo dei rifiuti.
Era il 18 settembre quando la Direzione Ciclo delle acque – concessioni idriche, con la determinazione n. G11953, aveva concesso l’ok ad Acea per realizzare quattro pozzi di profondità e una condotta di oltre cinque chilometri dal depuratore di Albano-Pavona-Santa Maria in Fornarola, necessari per raffreddare l’impianto che dovrebbe bruciare rifiuti indifferenziati trasformandoli in energia. Ora, però, una nuova determinazione, la n. G13304 di martedì 14 ottobre, ha annullato l’atto precedente, per “non compatibilità del progetto con l’attuale stato idrogeologico e idrico dell’area interessata“.
Va infatti ricordato che il termovalorizzatore di Roma dovrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo) in zona Santa Palomba, nel territorio capitolino ma al confine con i Comuni di Albano Laziale, Ardea e Pomezia. Un’area, quella scelta per l’impianto, che come ormai è noto si trova in uno stato di profonda sofferenza idrica. Il termovalorizzatore andrebbe, secondo i tecnici della Regione Lazio, ad aggravare la pressione sulla falda acquifera che, tra il consumo di suolo, gli effetti dei cambiamenti climatici e una urbanizzazione selvaggia del territorio, è già a livelli difficilmente sostenibili.
Al momento, è difficile prevedere cosa potrà accadere nelle prossime settimane. Le ipotesi sono molteplici. La prima è che Acea presenti modifiche al progetto, rendendo l’impianto meno gravoso dal punto di vista del consumo idrico, oppure che proponga fonti di approvvigionamento idrico alternative, non collegate alle falde acquifere dei Castelli Romani. Le alternative sono lo spostamento dell’impianto in un’altra zona, o addirittura la rinuncia definitiva al progetto. Non è escluso neanche che il parere negativo della Regione Lazio venga ignorato e si proceda comunque, ma c’è il rischio di azioni legali e ripercussioni politiche.
La Regione Lazio, guidata dal centro-destra, potrebbe quindi essere protagonista di uno ‘sgambetto’ non trascurabile verso la giunta Gualtieri, di segno politico opposto. Tutto è nato, come spiega ilCaffè.tv, da un’iniziativa di Marco Moresco, consigliere comunale di opposizione ad Albano Laziale, che insieme ad un tecnico, il geometra Giacinto Persichilli, è stato ricevuto lo scorso 9 ottobre, in un incontro riservato, da Fabrizio Ghera, assessore regionale all’Ambiente e ai Rifiuti. La riunione ha visto la presentazione di un dossier dettagliato sulla sofferenza della falda idrica dei Castelli Romani, con Moresco che avrebbe dichiarato: “Non si può chiedere ancora acqua a un territorio che da 15 anni è in emergenza idrica, solo per l’inceneritore Acea di Roma e Gualtieri“.
Alcuni Comuni della zona, compresi quelli più direttamente coinvolti dal progetto come Albano Laziale, Ardea e Pomezia, da tempo devono fronteggiare restrizioni idriche imposte da Acea in modo da contenere i consumi garantendo approvvigionamenti minimi alla popolazione. Fa però riflettere come negli anni gli appelli delle associazioni ambientaliste e dei cittadini, che per primi hanno denunciato l’emergenza ambientale in quel territorio, siano state ignorate, e che invece l’assessore regionale Fabrizio Ghera abbia garantito una ‘corsia preferenziale’ ad un consigliere comunale di centro-destra, proveniente tra l’altro da Albano Laziale, dove il sindaco Pd, Massimiliano Borelli, è appena stato sfiduciato non solo dalle opposizioni, ma anche da consiglieri della sua stessa maggioranza (ed ora il Comune si trova amministrato da un commissario prefettizio).
Va ricordato infatti come il lago Albano, bacino da cui Acea estrae acqua per servirla a ben undici diversi Comuni dei Castelli Romani, sia sempre più in sofferenza e il sistema idrico non riesca più a rigenerarsi autonomamente. Per sopperire alla mancanza strutturale di acqua, la Regione Lazio, alla fine dello scorso agosto, aveva autorizzato un prelievo straordinario, da parte di Acea, dalle sorgenti del Pertuso. Un segno di un’emergenza troppo spesso denunciata ‘dal basso’ e ignorata, almeno finora, dai vertici politici regionali. Ora, però, anche la Regione sembra aver preso atto dell’insostenibilità di un impianto energivoro come il termovalorizzatore, che per funzionare ha bisogno di attingere dalla falda acquifera con ben quattro pozzi e dovrebbe essere collegato direttamente con il depuratore di Albano.
Roberto Gualtieri ha puntato praticamente tutto sul progetto del termovalorizzatore per chiudere il ciclo dei rifiuti senza più ricorrere alla soluzione delle discariche, scongiurando così nuove emergenze in città. Tuttavia, il progetto implicherebbe gravissime conseguenze ambientali in gran parte della zona dei Castelli Romani, come denunciano da tempo le associazioni del territorio. Le risorse idriche, già razionate per i cittadini, dovrebbero andare, in quantità anche difficilmente immaginabili, a raffreddare un impianto che secondo il progetto dovrà bruciare 600 mila tonnellate di rifiuti ogni anno. Sono diversi gli scenari che ora si profilano all’orizzonte: le ipotesi, come detto, sono molteplici, ma l’unica certezza, al momento, è che la realizzazione del termovalorizzatore appare destinata a subire un rallentamento.
Il recente atto tecnico della Regione Lazio, tra l’altro, non è il solo, nuovo ostacolo all’impianto voluto e promosso da Gualtieri. L’Unione dei Comitati contro l’inceneritore ha infatti denunciato che il sito scelto e acquistato da Ama (per un importo di circa 7,5 milioni di euro) a Santa Palomba sia contaminato, e una mezza conferma arriva dall’avvio di alcune indagini della Procura di Roma e della Corte dei Conti. “A rilevarlo sono le indagini di caratterizzazione ambientale del suolo, svolte nel primo semestre del 2024 da Acea Infrastrutture, da cui emergono molteplici superamenti delle CSC per idrocarburi pesanti e degli idrocarburi policiclici aromatici. Particolarmente gravi le omissioni di Ama e dell’Amministrazione capitolina: da un lato non sono state avviate procedure obbligatorie con misure di prevenzione stabilite dall’articolo 242 del Codice dell’ambiente, dall’altro Roma Capitale ha proseguito l’iter ignorando il principio di precauzione” – la denuncia dell’Unione dei Comitati contro l’inceneritore – “Nell’ambito delle osservazioni alla valutazione di impatto ambientale, e sulla base del principio di precauzione stabilito dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, abbiamo chiesto di sospendere la VIA e il PAUR finché non fossero espletate tutte le procedure obbligatorie per la caratterizzazione del sito. Abbiamo anche sollecitato un intervento in autotutela, finalizzato al previo espletamento delle procedure di caratterizzazione del sito accompagnato dalla sospensione della VIA e del PAUR, evitando il danno erariale legato ai maggiori costi da sostenere per la bonifica“.


